« Basta! Saul! Basta! Dido! »
I cani erano stati istruiti alla perfezione: aveva assistito ai loro esercizi una dozzina di volte. E anche in quel momento, nonostante la rabbia, lasciarono la vittima quando udirono il comando. Riluttanti, si scostarono, a orecchie abbassate, digrignando i denti e senza staccare gli occhi dall'uomo.
Marty si incamminò verso l'intruso che si trovava in mezzo a un ring di cani attenti, tremante e sanguinante. Sembrava non essere armato; in effetti, aveva più l'aria di un miserabile che quella di un potenziale assassino. Aveva la giacca, nera e sciupata, strappata dappertutto per l'attacco dei cani e in diversi punti si vedeva la carne sanguinante.
« Tienili... lontani », disse con voce tremante. Aveva morsi ovunque. In alcuni punti, soprattutto sulle gambe, gli erano stati strappati dei pezzi di carne intera. Il dito medio della mano sinistra gli era stato amputato fino alla seconda falange e penzolava attaccato soltanto da un tendine. L'erba era intrisa di sangue. Marty si meravigliò di vederlo in piedi.
I cani continuavano a stare in cerchio, pronti a ricominciare l'attacco nel caso di un contrordine; alcuni guardavano impazientemente Marty. Erano bramosi di continuare il proprio dovere sulla vittima. Ma il poveretto non dava nemmeno la soddisfazione di aver paura. Guardava soltanto Marty con sguardo penetrante.
« Non muoverti », disse Marty, « Se vuoi continuare a vivere. Se cerchi di scappare ti riprenderanno. Hai capito? Non ho tutto quel controllo su di loro. »
L'altro non disse niente; guardava e basta. Marty immaginava che stesse soffrendo moltissimo. Non era nemmeno giovane. I capelli scompigliati erano più grigi che neri. Però, a giudicare dalla lucentezza della pelle e dalla compostezza dei muscoli facciali, sembrava che non sentisse dolore. Aveva lo sguardo fermo e minaccioso di un ciclone.
« Come hai fatto a entrare? » domandò Marty.
« Falli andare via », disse l'uomo. Parlava con la sicurezza di chi sapeva di essere obbedito.
« Vieni in casa con me. »
L'altro scosse il capo, come se nemmeno volesse discutere della possibilità.
« Falli andare via », ripeté.
Marty fece quella concessione, senza saperne nemmeno il motivo. Chiamò a sé i cani per nome. Gli si affiancarono con sguardi di rimprovero, scontenti di dover lasciare la preda.
« Adesso, vieni in casa con me », disse Marty.
« Non ce n'è bisogno. »
« Morirai dissanguato, per l'amor del cielo. »
« Odio i cani », disse l'uomo, senza distogliere lo sguardo da Marty, « e anche tu li odi. »
Marty non si soffermò sull'affermazione implicita dell'uomo e sul suo significato, voleva solo evitare che la situazione trascendesse di nuovo. La perdita di sangue aveva sicuramente indebolito l'intruso. Se fosse caduto per terra, non era sicuro di riuscire a impedire che i cani si avventassero su di lui per ucciderlo. Gli stavano accanto, guardandolo irritati; respiravano su di lui.
« Se non vieni di tua spontanea volontà, ti dovrò portare io. »
« No. » L'uomo si portò la mano ferita all'altezza del torace e la osservò. « Non ho bisogno della tua gentilezza, grazie », disse.
Si piegò e prese in bocca il tendine del dito mutilato come fa la cucitrice per infilare l'ago. La falange staccata cadde sul prato. Poi strinse la mano in un pugno e la infilò nella manica della giacca straziata.
Marty esclamò: « Cristo santo! » Improvvisamente le luci della siepe ricominciarono a tremare. Ma questa volta si spensero del tutto. Saul si mise a uggiolare. Marty conosceva quel tono, e condivise l'apprensione dell'animale.
« Che cosa succede, amico? » domandò al cane, pregando Dio che potesse rispondergli. Poi niente più buio: c'era qualcosa che illuminava la scena, che non era né l'elettricità né la luce delle stelle. La sorgente era l'intruso. Cominciò a bruciare di una strana luminescenza. Emanava luce dalla punta delle dita e dai buchi sanguinanti del cappotto. Sul capo aveva un'aureola di tremolante luce grigia che non bruciava né la carne né le ossa, e la luce usciva dalla bocca, dagli occhi e dai polpastrelli. E iniziò a formare delle figure, almeno così sembrava. Erano tutte sensazioni. Dal flusso di quella luce si formavano fantasmi. Marty teneva d'occhio i cani mentre appariva una donna, poi una faccia; un insieme di apparizioni che si trasformavano prima di sparire. E, tra tutti questi fenomeni fugaci, gli occhi dell'intruso rimanevano fissi su Marty: fermi e freddi.
Poi, senza nessun preavviso, lo spettacolo prese un'altra piega. Un'espressione d'angoscia attraversò il volto dell'essere; i suoi occhi generarono un’ondata di tremenda oscurità, spegnendo qualsiasi cosa generasse i vapori, lasciando solo qualche fiammella di fuoco attorno al cranio. Poi si spense tutto, e, con la stessa velocità con cui erano apparse, le illusioni scomparvero e si vide soltanto un uomo lacero, in piedi accanto alla siepe.
I riflettori tornarono a funzionare, portandosi via, con la loro fredda illuminazione, quel poco di magico che era rimasto. Marty osservava quella carne straziata, quegli occhi vuoti, il pallore della figura che gli stava di fronte e non poteva credere a niente...
« Di' a Joseph », disse l'intruso.
... era stato tutto uno scherzo...
« Che cosa gli devo dire? »
« Che sono stato qua. »
... ma se si era trattato di un trucco, perché non riusciva a muoversi e a catturare l'uomo?
« Chi sei? » domandò.
« Diglielo e basta. »
Marty annuì con il capo: non aveva più coraggio.
« Adesso torna a casa. »
« A casa? »
« Vattene da qui », disse l'intruso. « Tieniti lontano dal pericolo. »
Volse le spalle a Marty e ai cani, e contemporaneamente le luci si spensero per qualche metro di lunghezza in tutte le direzioni.
Quando tornarono, il mago se n'era andato.
27
« Ha detto soltanto questo? »
Come al solito, Whitehead dava le spalle a Marty mentre parlava, per cui era impossibile dedurre quale fosse la sua reazione sugli avvenimenti della nottata. Marty aveva fatto una descrizione molto accurata di quello che era effettivamente successo. Aveva raccontato a Whitehead dal momento in cui aveva sentito i latrati dei cani alla conversazione con l'intruso. Non parlò, invece, di ciò che non aveva potuto capire: le immagini che quell'uomo era stato in grado di creare emettendole dal proprio corpo. Non fece nemmeno il tentativo di descrivere quella parte. Aveva semplicemente detto al vecchio che a un certo punto i riflettori della siepe si erano spenti e che l'intruso se n'era andato. Era un finale un poco zoppicante per una storia del genere, ma non riuscì a fare di meglio. Aveva ancora la mente confusa da ciò che aveva visto la notte precedente e si sentiva troppo insicuro per inventare qualche cosa di più plausibile.
Erano ventiquattr'ore che non dormiva. Aveva trascorso la notte perlustrando il muro perimetrale, esaminando la siepe cercando di capire da dove poteva essersi infilato l'intruso. Comunque, non aveva trovato nessun cavo spezzato. O l'uomo era entrato dai cancelli mentre erano aperti per far entrare gli ospiti, o si era arrampicato sulla siepe, riuscendo a evitare i fili della corrente, che avrebbero potuto ammazzare anche un elefante. Essendo stato testimone dei suoi poteri, Marty non se la sentiva di escludere nemmeno quella possibilità. Dopotutto, era stato in grado di annullare i sistemi d'allarme e, chissà come, aveva spento le luci della siepe. Nessuno poteva sapere come aveva fatto ad acquisire quelle capacità. Una cosa era certa: dopo qualche minuto dalla sua scomparsa, le luci erano perfettamente funzionanti, gli allarmi e le telecamere erano tornate a funzionare su tutto il perimetro.
Dopo aver controllato la siepe, era tornato in casa e si era seduto in cucina per ricostruire ogni dettaglio di quella storia. Verso le quattro di mattina, sentì che gli ospiti se ne stavano andando: risate e portiere di macchine che si chiudevano. Non era andato a interromperli per raccontare ciò che era successo. Non ci sarebbe stato motivo di rovinare la serata a Whitehead. Era rimasto seduto ad ascoltare il brusio della gente dalla sala da pranzo. Erano parole indistinte; come se lui si trovasse sottoterra e li sentisse parlare da sopra la testa. E mentre ascoltava, fiacco dopo l'eccesso di adrenalina, gli tornò in mente ciò che aveva fatto quell'uomo vicino alla siepe.
Ma Whitehead aveva soltanto riportato gli avvenimenti più chiari e quelle parole: « Digli che sono stato qui ».
« Era ferito gravemente? » domandò Whitehead, senza distogliere lo sguardo dalla finestra.
« Ha perso un dito, come le ho già detto. E stava sanguinando piuttosto seriamente. »
« Soffriva, vero? »
Marty rimase a riflettere prima di rispondere. Non era quello il termine che avrebbe adoperato; non stava soffrendo nel vero senso della parola. Ma se avesse usato un'altra parola, come angoscia - qualcosa che traspariva da quegli occhi glaciali - avrebbe rischiato di toccare un tasto che non si sentiva pronto ad affrontare; specialmente non con Whitehead. Sentiva che, se avesse trasmesso qualche ambiguità al vecchio anche soltanto una volta, si sarebbe tirato la zappa sui piedi.
« Sì. Stava soffrendo. »
« E hai detto che si è staccato il dito da solo. »
« Sì. »
« Più tardi andrai a cercarlo. »
« L'ho già fatto. Credo che l'abbiano mangiato i cani. »
Stava sorridendo ironico Whitehead? Così sembrava.
« Non mi crede? » domandò Marty, pensando che l'ironia fosse diretta a lui.
« Ma certo che ti credo. Lo sapevo che prima o poi sarebbe venuto. »
« Sa di chi si tratta? »
« Sì. »
« Allora può farlo arrestare. »
L'atmosfera cambiò di colpo. Le parole che seguirono furono prive di divertimento.
« Non si tratta di un intruso qualsiasi, Strauss, e te ne sarai accorto anche tu. Quell'uomo è un assassino di professione. È venuto qui con lo scopo preciso di ammazzarmi. Anche se non vi è riuscito grazie al tuo intervento e a quello dei cani. Ma tenterà ancora... »
« Una ragione di più per farlo cercare, signore. »
« Nessuna polizia sarà mai in grado di trovarlo. »
« ... se è un assassino conosciuto... » insisté Marty.
Il rifiuto di lasciar perdere quel discorso aveva cominciato a irritare il vecchio. La risposta fu secca.
« È conosciuto da me. E forse da pochi altri che l'hanno incontrato nel corso di tutti questi anni... ma tutto qui. »
Whitehead si alzò e andò in direzione della sua scrivania, aprì il cassetto e prese un fagottino avvolto da un panno. Lo mise sul tavolo lucente e lo sfece. Era una rivoltella.
« D'ora in poi la porterai sempre con te », disse a Marty. « Prendila, non morde. »
Marty prese l'arma dal tavolo. Era fredda e pesante.
« Non avere esitazioni, Strauss. Quell'uomo è pericolosissimo. »
Marty soppesò la rivoltella da una mano all'altra; era brutta.
« Problemi? » domandò Whitehead.
Marty incespicò nelle parole, prima di rispondere. « È solo... beh, sono in libertà vigilata, signore. Credo di dover seguire la legge alla lettera. Ora, lei mi dà una pistola e mi dice di sparare a vista. Vede, sono sicuro che lei abbia ragione nel considerare quell'uomo un assassino di professione, ma non credo fosse nemmeno armato. »
L'espressione di Whitehead, tranquilla fino a quel momento, cambiava man mano che Marty parlava. Mostrò i denti giallastri mentre rispondeva.
« Tu sei di mia proprietà, Strauss. Tu ti devi preoccupare di me altrimenti te ne torni all'inferno domani mattina. Io! », puntando un dito al suo torace, « sono la tua preoccupazione, non tu. Dimenticati di te. »
Marty si rimangiò una serie di risposte possibili: nessuna era gentile.
« Vuoi tornare a Wandsworth? » domandò il vecchio. L'ira era scomparsa. « Vuoi? »
« No. Certo che no. »
« Allora ascolta », disse il vecchio, « l'uomo che hai incontrato ieri notte significa pericolo per me. Era venuto per ammazzarmi. Se dovesse tornare - e tornerà - voglio restituirgli la gentilezza. Poi vedremo, vero, ragazzo? » Le labbra erano stirate in un sorriso da belva. « Oh, sì... vedremo. »
Carys si svegliò in stato di depressione. All'inizio non ricordò niente della sera precedente, poi le tornò alla mente il brutto viaggio che aveva fatto: la stanza che sembrava avere una vita propria, le dita fantasma che le avevano sfiorato -oh, così dolcemente - i capelli, sulla nuca.
Non riusciva a ricordare che cos'era successo quando le dita avevano cominciato a conficcarsi più profondamente. Era andata a sdraiarsi, vero? Sì, adesso ricordava, era andata a sdraiarsi. Soltanto allora dopo aver messo la testa sul cuscino e dopo essersi appisolata, era cominciato il peggio.
Non si trattava di sogni; almeno, non come quelli che aveva avuto fino allora. Non c'era stata nessuna scena, nessun simbolo, nessun ricordo sfuggente dietro la patina di quegli orrori. Non c'era stato proprio niente se non terrore (e c'era ancora). Era piombata nel vuoto.
« Vuoto. »
Era solo una parola, quando la pronunciò: non sufficiente a descrivere il posto dove si trovava: era un vuoto assoluto, gli orrori che resuscitava erano atroci, la speranza di salvezza era così debole in quel posto, più di quanto avesse mai potuto immaginare. Era un Niente leggendario, oltre il quale qualsiasi tipo di oscurità era luce, rispetto al quale qualsiasi altro tipo di disperazione avesse sperimentato sembrava niente, era una tomba.
Aveva visto anche il creatore di questo. Della sua fisionomia, ricordava soltanto qualcosa, che la spaventava. Guarda com'è bello questo vuoto, le aveva detto; quanto è puro, quanto è assoluto. Un mondo di meraviglie non può reggere il confronto, non potrà mai sperare di reggere il confronto, con questo niente così sublime.
E dopo essersi svegliata, le erano rimaste in testa quelle frasi. Era come se quelle visioni fossero reali e la realtà che stava vivendo fosse una finzione. Come se colori, forma e sostanza fossero semplici distrazioni destinate a coprire il fatto di averle mostrato quella vuotezza. Stava aspettando, senza accorgersi del passare del tempo, accarezzando di tanto in tanto le lenzuola e tastando con i piedi nudi il tappeto, stava aspettando che tornasse il momento in cui il vuoto sarebbe tornato a divorarla.
Beh, pensò, andrò all'isola del sole. Sentiva di meritarselo in quel momento, dopo tante sofferenze. Ma qualcosa rovinò il pensiero. Non era una finzione anche l'isola? Se ci fosse andata in quel momento, non sarebbe stata ancora più debole la prossima volta che il creatore fosse venuto, portando con sé il vuoto? Sentì il sangue che le ronzava violentemente nelle orecchie. Chi ci sarebbe stato ad aiutarla? Nessuno poteva capire. C'era Pearl, con i suoi occhi accusatori e il suo atteggiamento pigro; e Whitehead, felice di procurarle l'ero per tenerla in pugno; e Marty, il suo corridore, così dolce, ma così infantile e realista che non sarebbe mai stato possibile spiegargli le complessità della dimensione in cui viveva. Era un uomo tutto d'un pezzo; l'avrebbe guardata sbalordito, cercando di capire, ma senza riuscirci.
No; non c'era nessuno, nessun aiuto. Era meglio tornare all'unico posto che conosceva. All'isola.
Era una menzogna chimica che l'avrebbe uccisa con il tempo; ma la vita uccide lo stesso, no? E se bisognava morire, non era meglio farlo felici invece di precipitare in una fossa sporca di un mondo dove il vuoto si trovava dietro ogni angolo? Per cui, quando Pearl venne di sopra con l'eroina, la prese, la ringraziò gentilmente e se ne andò sull'isola, a ballare.
28
La paura fa girare il mondo, se le sue ruote sono sufficientemente lubrificate. Marty aveva visto il sistema in pratica a Wandsworth: una gerarchia costruita sulla paura. Era violenta, instabile e ingiusta, ma funzionava perfettamente.
La vista di Whitehead, il tranquillo centro del suo universo, così trasformato dalla paura, così sudato, così preso dal panico gli provocò uno choc terribile. Non provava nessun risentimento personale nei confronti del vecchio - almeno nessuno di cui fosse consapevole - ma aveva visto in azione la grinta di Whitehead e ne aveva tratto profitto. Ormai aveva la sensazione che la stabilità alla quale si era abituato stava per essere minacciata. Il vecchio gli stava chiaramente nascondendo qualche informazione - probabilmente importantissima per la comprensione più ampia della situazione - sull'intruso e i suoi motivi. I soliti discorsi schietti di Whitehead erano stati sostituiti da malignità e da minacce. Anche questa era una sua prerogativa, naturalmente. Ma Marty si trovava con un pugno di mosche in mano.
Un punto era innegabile: per quante spiegazioni potesse dare Whitehead, l'intruso della siepe non era un semplice assassino. Erano successe troppe cose inspiegabili. Le luci che si erano abbassate e poi spente; le telecamere che avevano smesso misteriosamente di funzionare... Anche i cani avevano fiutato il mistero. Perché mai, altrimenti, quel misto di rabbia e apprensione sui loro musi? E poi restavano quelle immagini. Nessuna abilità di mano, per quanto elaborata, poteva spiegarle esaurientemente. Se veramente Whitehead conosceva tanto bene quell'« assassino » come aveva dichiarato, allora doveva conoscerne anche le abilità: forse aveva troppa paura per parlarne apertamente.
Marty trascorse il resto della giornata a fare discretissime domande a tutti in casa, ma sembrava evidente che Whitehead non aveva parlato degli avvenimenti né con Pearl né con Lillian né con Luther. Era strano. Era quello il momento di intensificare la vigilanza, no? Forse la persona che poteva essere stata messa al corrente di tutta la situazione poteva essere Bill Toy, ma quando cercò di intavolare il discorso con lui lo trovò piuttosto evasivo.
« Mi rendo conto che ti devi essere trovato in una situazione piuttosto difficile, Marty, ma siamo coinvolti tutti ormai. »
« Però avrei potuto fare un lavoro migliore... »
« ... se avessi saputo come fare. »
« Già. »
« Beh, credo che tu debba convincerti che Joe sa bene quello che deve fare », disse tristemente. « Dovremmo ricordarlo tutti quanti: Joe sa bene quello che deve fare. Vorrei poter dire di più. Vorrei saperne di più. Credo che sia più semplice per tutti se lasciamo perdere il discorso. »
« Mi ha dato una pistola, Bill. »
« Lo so. »
« E mi ha detto di usarla. »
Toy annuì con il capo; sembrava soffrire per quella situazione, come se ne fosse responsabile.
« Sono tempi duri, Marty. Dobbiamo... dobbiamo fare tutti cose che non vorremmo fare, credimi. »
Marty gli credette; si fidava abbastanza di Toy per sapere che, se avesse potuto dire qualche cosa di più sull'argomento, l'avrebbe fatto. Era anche possibile che nemmeno Toy sapesse chi era stato a infrangere i sigilli del santuario. Se si trattava. di un confronto privato tra Whitehead e lo straniero, allora una spiegazione poteva essere data esclusivamente dal vecchio, e da lui non sarebbe sicuramente arrivata.
Marty avrebbe potuto tentare con Carys.
Non l'aveva più vista dal giorno in cui aveva oltrepassato la linea di divieto del corridoio all'ultimo piano. L'incontro a cui aveva assistito tra la ragazza e il padre aveva suscitato un senso di disagio in lui e provava l'infantile bisogno di punirla evitando la sua compagnia. Ora, invece, sentì che doveva cercarla, per quanto spiacevole potesse risultare l'incontro.
La trovò nel pomeriggio che gironzolava nei pressi della piccionaia, Era imbacuccata in una pelliccia che sembrava acquistata di seconda mano: grande e mangiata dalle tarme. Era un abbigliamento assurdo. Faceva caldo anche se c'era vento a raffiche e ogni tanto passava qualche nuvola minacciosa sul cielo di Wedgewood, che faceva cadere qualche goccia di pioggia.
« Carys. »
Lo fissò con occhi stanchi, sottolineati da occhiaie profonde. In mano aveva un fascio, più che un mazzo, di fiori, molti dei quali ancora non erano sbocciati.
« Annusa », disse lei, porgendoglieli.
Li annusò. Praticamente, non avevano profumo: sapevano soltanto di selvatico e di terra.
« Non si sente molto. »
« Bene », disse. « Pensavo che fossero i miei sensi a non funzionare. »
Lasciò cadere a terra il fascio, ormai stanca.
« Non ti dispiace se ti interrompo? »
Scosse la testa. « Interrompimi tutte le volte che vuoi », rispose. Si comportava in maniera più strana del solito; parlava come se, in realtà, nella sua mente, seguisse un pensiero noto a lei sola. Avrebbe voluto capirla, imparare anche lui quel linguaggio segreto, ma era sempre così riservata, una finestra chiusa dietro una parete di sorrisi pigri.
« Suppongo che tu abbia sentito i cani ieri notte », disse Marty.
« Non ricordo », rispose tremando. « Forse. »
« Non te ne hanno parlato? »
« Perché avrebbero dovuto? »
« Non so. Pensavo soltanto che... »
Lei scrollò il capo come per scacciare qualcosa di spiacevole.
« Sì, se proprio lo vuoi sapere. Pearl mi ha detto che c'è stato un intruso. E tu l'hai fatto scappare, giusto? Tu e i cani. »
« Io e i cani. »
« E chi di voi gli ha staccato il dito? »
Era stata Pearl o il vecchio a comunicarle quel dettaglio tanto raccapricciante? Whitehead era stato ancora in camera sua? Cancellò quella scena dalla mente prima che gli facesse perdere il filo.
« Te l'ha detto Pearl? » domandò.
« Non ho visto il vecchio », rispose, « se è a questo che vuoi arrivare. »
Gli si gelò la mente: era spaventoso. Usava persino la sua fraseologia: « Il vecchio », l'aveva chiamato, e non Papà.
« Vuoi venire giù al lago? » suggerì lei, senza però mostrare molto interesse.
« Certo. »
« Avevi ragione sulla piccionaia, sai », continuò. « È brutta quand'è così vuota. Non ci avevo mai fatto caso prima. » L'immagine della piccionaia vuota sembrava innervosirla davvero. Tremava persino con la pelliccia.
« Hai corso oggi? » domandò.
« No, ero troppo stanco. »
« È stato tanto terribile? »
« Che cosa è stato tanto terribile? »
« Ieri notte. »
Non sapeva come risponderle. Sì, certo che era stato terribile, ma anche se si fosse fidato abbastanza di lei per raccontarle l'illusione a cui aveva assistito - ed era abbastanza sicuro di ciò che aveva visto il suo vocabolario non era sufficientemente vasto.
Carys si fermò non appena si trovarono di fronte alla vista del lago. Piccoli fiorellini bianchi erano sparpagliati sul prato che stavano calpestando, Marty non sapeva come si chiamassero. Lei, soffermando lo sguardo su di loro, domandò:
« È un'altra prigione, Marty? »
« Che cosa? »
« Questa. »
Non si aspettava quella domanda, e ne rimase impressionato. Nessuno gli aveva mai chiesto come si trovava dal suo arrivo. O, almeno, niente di più che qualche informazione superficiale. E forse, anche lui aveva smesso di chiederselo. La risposta che diede - quando riuscì a formularla - era incerta.
« Sì... credo che sia una prigione, non ci ho mai pensato veramente... Cioè, non posso prendere e andare fuori ogni volta che lo desidero, vero? Ma non si può paragonare a... Wandsworth... » gli continuavano a mancare le parole « ... è un altro mondo. »
Voleva dirle che adorava gli alberi, la bellezza del cielo, i fiorellini bianchi che stavano calpestando, ma si rese conto che espressioni di quel genere sarebbero sembrate forzate. Non aveva mai avuto facilità per la dialettica: al contrario di Flynn, che era in grado di sciorinare poesia come se fosse una sua seconda lingua affermando che bisognava avere del sangue irlandese per essere loquaci. Tutto ciò che Marty riuscì a dire fu:
« Qui posso correre ».
Carys borbottò qualcosa, che lui non comprese: forse si trattava semplicemente di un assenso. In ogni caso, sembrava soddisfatta della sua risposta e la rabbia e il risentimento cominciavano a scemare in lei.
« Giochi a tennis? » domandò, come se niente fosse.
« No, non ho mai giocato a tennis. »
« Ti piacerebbe imparare? » gli domandò ancora, guardandolo di sottecchi, sorridendo. « Potrei insegnarti io. Quando comincerà a fare più caldo. »
Sembrava troppo fragile per qualsiasi esercizio fisico; vivere in quel modo sembrava affaticarla, anche se, in effetti, nemmeno sapeva come vivesse realmente.
« Tu mi insegni e io imparerò », rispose contento di quell'affare.
« È un patto? » chiese lei.
« Un patto. »
... e ha gli occhi così scuri, pensò; occhi ambigui che sfuggono e raggelano e, a volte, quando meno te l'aspetti, ti fissano diretti tanto da volerti strappare l'anima.
... e non è bello, pensò lei; è abituato a mantenersi in forma e continua a correre per questo, se si fermasse diventerebbe flaccido. Probabilmente è un narcisista: scommetto che si ferma di fronte allo specchio tutte le sere a rimirarsi e vorrebbe tornare a essere un ragazzo invece di essere l'uomo che è.
Captò un suo pensiero staccando la mente al di sopra della testa (almeno lei se lo spiegava così) e prendendolo nell'aria. Lo faceva sempre - con Pearl, con se stessa, con suo padre - dimenticandosi spesso che agli altri mancava quella capacità così naturale.
Il pensiero che aveva captato era: Dovrei imparare a essere gentile; quello o qualche cosa del genere. Temeva di averla offesa, perdio. Era per questo che stava così abbottonato quando stava con lei, così prudente nei suoi discorsi.
« Io non mi offendo », lo rassicurò.
« Mi dispiace », rispose Marty. Non sapeva se la sua frase fosse un'ammissione di errore o di incapacità a comprenderla.
« Non c'è bisogno di trattarmi con i guanti. Non voglio che ti comporti così. Fanno già tutti così con me. »
Le lanciò un'occhiata sconsolata. Perché non credeva a ciò che gli raccontava? Lei aspettava qualche segnale, ma non ne arrivò nessuno, neanche un tentativo.
Erano arrivati alla grande diga che alimentava il lago. Poco prima che Papà acquistasse quella tenuta, un paio di decenni prima, ci erano annegate delle persone, stava raccontando. E continuò spiegando che un pullman e un cavallo erano stati spinti fin là da un uragano, parlando a ruota libera, nel tentativo di scuoterlo da quella sua cortesia e dal suo maschilismo, in modo che potesse esserle utile.
« E il pullman è ancora dentro? » domandò Marty, fissando l'orlo del lago.
« È probabile », rispose con indifferenza. La storia aveva perso il proprio fascino ormai. « Perché non ti fidi di me? » gli domandò.
Non rispose; era evidente che stava lottando contro qualche cosa e il suo viso cominciò a mostrare il turbamento.
Maledizione, pensò lei, devo aver rovinato qualche cosa. Ma ormai era fatta. Gliel'avrebbe chiesto direttamente, pronta a qualsiasi risposta.
Senza volerlo, gli rubò un altro pensiero, e questo era estremamente vivido: riviveva davanti a lei. Nei suoi occhi vide la porta della sua camera, mentre lei era distesa sul letto sul quale era seduto anche suo padre. Quando era stato? Ieri? Il giorno prima? Li aveva sentiti parlare di quella cosa; era per questo che si manteneva così distaccato? Giocava a fare il detective e non gli era piaciuto quello che aveva scoperto.
« Io non so trattare molto con le altre persone », disse finalmente Marty in risposta alla sua domanda sulla fiducia. « Non sono mai stato capace. »
Faceva di tutto pur di non dirle la verità. Era oscenamente gentile con lei. Avrebbe voluto torcergli il collo.
« Ci hai spiati », lo accusò con schiettezza brutale. « È per questo, vero? Ci hai visti insieme... »
Cercò di limitarsi, facendola sembrare una deduzione. Non era molto convincente e lo sapeva. Ma che diavolo? Ormai l'aveva detto e adesso lo avrebbe lasciato arrovellarsi nel tentativo di capire come lei fosse potuta arrivare a una conclusione del genere.
« Dove eri nascosto? » domandò ancora, ma non ottenne risposta. Non era la rabbia a congelargli la lingua, ma la vergogna di essere stato scoperto: il suo volto era paonazzo.
« Ti tratta come se fossi di sua proprietà », mormorò senza distogliere gli occhi dall'acqua.
« E così, in un certo senso. »
« Perché? »
« Sono tutto quello che ha. È un uomo solo... »
« Già. »
« ... e impaurito. »
Ti ha mai fatta uscire dal santuario? »
« Non ho nessuna voglia di andarmene », ribatté. « Qui, ho tutto quanto desidero. »
Le avrebbe voluto chiedere come faceva quando aveva voglia di sesso, ma sapeva che sarebbe stato troppo imbarazzante. Lei captò anche questo pensiero e subito dopo l'immagine di Whitehead che si sporgeva in avanti per baciarla. Forse era qualche cosa di più di un semplice bacio paterno. Anche se tentava di non pensarci troppo spesso, non poteva ignorare la cosa. Marty era più acuto di quanto lei avesse pensato; aveva afferrato quella sottigliezza, per quanto segreta potesse essere.
« Non mi fido di lui », affermò Marty distogliendo lo sguardo dall'acqua per guardarla in viso. Era sorpresa soltanto in apparenza.
« Io so come trattarlo », rispose. « Ho fatto un patto con lui. Lui capisce soltanto gli affari. Io rimango con lui e lui mi dà tutto quanto di cui ho bisogno. »
« Cioè? »
E fu il suo turno di girare lo sguardo. La schiuma dell'acqua era marrone sporco. « Un po' di sole », rispose infine.
« Pensavo che fosse gratis », commentò Marty, sorpreso.
« Non quello che piace a me », disse lei. Ma insomma, cosa voleva da lei? Scuse? Se così fosse stato ne sarebbe uscito deluso.
« Dovrei tornare in casa », disse lui voltandosi per tornare.
Carys, come spinta da una forza interiore, sussurrò: « Non odiarmi, Marty ».
« Non ti odio », l'assicurò fermandosi e girandosi verso di lei.
« Per molti versi siamo uguali. »
« Uguali? »
« Apparteniamo a lui. »
Un'altra spiacevole verità.
« Potresti andartene subito di qui se veramente lo volessi, no? » le disse in malo modo.
Lei annuì. « Suppongo di sì. Ma dove? »
Quella domanda lo stupì profondamente. C'era il mondo intero oltre quelle siepi e a lei, la figlia di Joseph Whitehead, non mancavano di certo le finanze per esplorarlo. Trovava davvero impossibile quella prospettiva? Facevano una strana coppia. Lui con un'esperienza abbreviata in modo non naturale - anni della sua vita perduti - e voglioso di rifarsi di tutto il tempo perduto. Lei, così apatica, affaticata soltanto al pensiero di una fuga dalla sua prigione.
« Potresti andare ovunque », affermò.
« Il che equivale a nessun posto », rispose blandamente, eppure la sua frase le sembrò non completamente convincente. Lo guardò in volto, nella speranza di vedere un guizzo di comprensione nei suoi occhi, ma il volto di Marty non mostrava alcuna emozione. « Non ti preoccupare », lo rassicurò poi.
« Vieni a casa anche tu? »
« No. Penso che mi tratterrò per un po'. »
« Non buttarti dentro. »
« Non sai nuotare, eh? » commentò Carys ironicamente. Lui la guardò come preso alla sprovvista. « Non ti preoccupare. Non ti ho mai visto come un eroe. »
Quando la lasciò, lei era a pochi centimetri dalla banchina, e osservava l'acqua. Quello che le aveva detto era vero; non era capace di trattare con la gente, con le donne era anche peggio. Avrebbe dovuto cercare di rendersi gradito, come gli aveva sempre detto sua madre. Sarebbe stata una soluzione; però non gli veniva spontaneo. Forse parte del problema tra lui e la ragazza era che entrambi non credevano a un bel niente. Non c'era niente da dire, non c'era niente di cui discutere. Si guardò alle spalle. Carys si era spostata qualche metro più in là dal punto in cui l'aveva lasciata. Il sole si rifletteva sulla superficie dell'acqua e la figura di lei risaltava in negativo sull'argento luminoso. Era come se non fosse reale.
PARTE TERZA
PARITÀ
V
Superstizione
29
Dopo meno di una settimana dalla chiacchierata alla diga, cominciarono ad apparire le prime crepe, sottili come un capello, sui pilastri dell'Impero Whitehead. Si allargarono molto alla svelta. Sui più grandi mercati azionari di tutto il mondo si iniziò a vendere e questo rappresentava una diminuzione di fiducia nella credibilità dell'Impero. Le perdite sui valori azionari aumentarono rapidamente. La corsa alla vendita appariva ormai inarrestabile. Nel giro di una giornata ci furono più visitatori alla proprietà di quanti Marty ne avesse mai visti. Fra questi, naturalmente, molte facce familiari ma anche moltissime sconosciute; probabilmente esperti di finanza. Un'accozzaglia di nazionalità le più disparate che fecero risuonare il luogo di tanti accenti diversi, più che alle Nazioni Unite.
Con grande disappunto di Pearl, la cucina divenne subito il luogo di ritrovo improvvisato per chi non era stato ancora ammesso al cospetto del grand'uomo. Stavano tutti attorno al grande tavolo, chiedendo continuamente caffè e discutendo delle strategie che erano venuti a proporre. La maggior parte delle discussioni, come sempre, erano arabo per Marty, ma dai frammenti di conversazione che era riuscito a cogliere era emerso chiaramente che la società si trovava di fronte a una situazione di emergenza, difficile da risolvere. Ovunque si erano verificate perdite di proporzioni incredibili; si era parlato di un intervento da parte del governo per evitare il tracollo definitivo in Germania e in Svezia; si era anche parlato di un sabotaggio attuato ad arte per provocare quella catastrofe. Tutti gli esperti sembravano concordare nel ritenere che soltanto un piano elaborato - la cui preparazione doveva aver richiesto parecchi anni -avrebbe potuto danneggiare così duramente la prosperità della società. Secondo alcune voci c'era stata una manovra segreta del governo, una cospirazione della concorrenza. Il livello di paranoia, nella casa, non aveva nessun limite.
Il modo in cui quelle persone si angosciavano e lottavano, gesticolando nell'aria, nel tentativo di contraddire quanto espresso dal precedente oratore, suonava a Marty come un'assurdità. Dopotutto non vedevano mai i miliardi che perdevano o guadagnavano, o la gente a cui modificavano la vita in modo tanto fortuito. Era una semplice astrazione: nient'altro che cifre nelle loro teste. Marty non ne capiva l'utilità. Avere il potere sulle fortune nazionali era solo un sogno di potere, non il potere autentico.
Il terzo giorno, quando tutti oramai avevano esposto e messo in moto i propri stratagemmi e stavano ora in attesa di una resurrezione che ancora non aveva dato alcun segno, Marty incontrò Bill Toy, impegnato in un'accesa discussione con Dwoskin. Vedendoselo passare accanto, Toy lo chiamò, con sua grande sorpresa, interrompendo bruscamente la conversazione. Dwoskin si affrettò ad andarsene con aria seccata, lasciando Toy e Marty a parlare.
« Bene, straniero », disse Toy. « Come va? »
« Benone », rispose Marty. Toy aveva l'aria di chi non dorme da molto tempo. « E tu? »
« Riuscirò a sopravvivere. »
« Nessuna idea su ciò che sta succedendo? »
Toy sorrise con tono ironico. « Niente di preciso », rispose. « Non sono mai stato un uomo d'affari. Odio quel genere di persone. Individui viscidi. »
« Dicono tutti che è un autentico disastro. »
« Oh, sì », affermò con calma. « Ne sono più che convinto anch'io. »
Marty abbassò il viso. Aveva sperato in qualche parola di conforto. Toy notò il suo disagio e ne intuì il motivo. « Non succederà niente di terribile », lo rassicurò, « almeno, non fino a quando manterremo la testa a posto. Continuerai ad avere il tuo lavoro, se è questo che ti preoccupa. »
« In effetti, ci ho pensato. »
« Non farlo più. » Toy posò una mano sulla spalla di Marty. « Se fossi convinto che le cose vadano veramente così male, te lo direi. »
« Lo so. Sono solo un po' nervoso. »
« E chi non lo è? » Toy strinse ancora di più la spalla di Marty. « Che ne dici se noi due ce ne andassimo in città, una volta passato il peggio? »
« Mi piacerebbe. »
« Sei stato al Casinò Accademia? »
« Non ho mai avuto i soldi sufficienti. »
« Ti ci porterò. Perderemo un po' dei soldi di Joe, eh? »
« Mi sembra una buona idea. »
Ma sul viso di Marty si leggevano ancora tracce di inquietudine.
« Ascoltami », insisté Toy. « Questa non è la tua battaglia. Mi capisci? Tutto ciò che succederà d'ora in poi non dipenderà certo da te. Abbiamo fatto qualche errore lungo la strada e ora dobbiamo pagare. »
« Errori? »
« A volte la gente non perdona, Marty. »
« Tutto questo... » Marty fece un gesto con la mano per indicare tutto il caos « ... perché la gente non perdona? »
« Credimi. È il motivo più naturale del mondo. »
Marty, improvvisamente, realizzò che negli ultimi tempi Toy era venuto più raramente al santuario, non era più il braccio destro del vecchio, come lo era stato un tempo. Era questa forse la spiegazione dell'espressione tesa che aveva notato sul suo viso stanco?
« Sai di chi è la colpa? » domandò Marty.
« Che cosa possono sapere i pugili? » ribatté Toy con evidente ironia; e Marty si rese immediatamente conto che quell'uomo sapeva tutto.
Il panico durò una settimana, senza nessun segno di miglioramento. Cambiarono le facce dei consulenti, ma i vestiti eleganti e le conversazioni educate rimasero gli stessi. Nonostante l'affluenza di gente nuova, Whitehead era diventato sempre più noncurante riguardo alle misure di sicurezza. A Marty veniva chiesto sempre più raramente di restare con il vecchio; la crisi. aveva tolto dalla mente dei Papà ogni timore di attentati alla sua vita.
Il periodo non fu privo di sorprese. La prima domenica Curtsinger prese da parte Marty e gli fece un discorso molto complicato e seducente, che partiva dal pugilato, poi si spingeva fino ai piaceri del rapporto fisico fra persone, e terminava con un'offerta diretta di denaro. « Solo un mezz'oretta. Niente di elaborato. » Marty aveva capito quello che c'era nell'aria parecchio tempo prima che Curtsinger parlasse esplicitamente e aveva preparato una risposta di rifiuto educata e adatta alle circostanze. Si separarono in modo abbastanza amichevole. A parte queste diversioni, il periodo fu abbastanza monotono. Il ritmo della casa era andato perduto ed era impossibile stabilirne uno nuovo. Per Marty l'unico modo per mantenere il proprio equilibrio mentale era quello di restare lontano dalla casa il più possibile. Quella settimana aveva avuto un gran daffare, correva da una parte all'altra della proprietà, fino a quando non era completamente esausto; allora tornava nella sua stanza, passando fra gli eleganti damerini che oziavano nei corridoi. Al piano di sopra, oltre la porta che era tanto felice di chiudersi alle spalle (per tenerli fuori, non per chiudersi dentro), si faceva una lunga doccia e dormiva profondamente senza fare sogni.
Carys non godeva di tutta quella libertà. Dalla notte in cui i cani avevano trovato Mamoulian, si era messa in testa di giocare a fare la spia. Non era sicura delle ragioni che l'avevano spinta a questo. Le vicende del santuario non l'avevano mai interessata molto. Aveva sempre evitato qualsiasi contatto con Luther e Curtsinger e con tutti gli altri che appartenevano alla banda di suo padre. Adesso, invece, era sorta in lei, senza alcun preavviso, una strana necessità: doveva andare in biblioteca o in cucina, oppure in giardino, semplicemente per guardare. Non era un piacere: la maggior parte dei discorsi che sentiva era praticamente impossibile da capire; per il resto si trattava di stupidi pettegolezzi di carattere economico, raccontati da semplici commercianti. Ciò nonostante, se ne stava seduta per ore, cercando di soddisfare il suo indefinibile desiderio; per poi andarsene alla ricerca di qualche altra conversazione da ascoltare. Alcuni, tra quelli che affollavano la casa, la conoscevano bene; agli altri, che non sapevano chi fosse, si presentava con sfacciata disinvoltura. A quel punto, nessuno osava più obiettare circa la sua presenza.
Andò anche a trovare Lillian ai recinti dei cani. Non perché le piacessero gli animali, ma semplicemente perché sentiva che doveva vederli, per il gusto di vederli; sentiva di dover dare un'occhiata ai cancelli e alle gabbie, ai cuccioli che giocavano attorno alla madre. Anche se non riusciva a capire cosa l'avesse spinta a fare una cosa così inutile, aveva tracciato mentalmente la posizione dei canili, misurando a passi la distanza che li separava da casa, nel caso avesse dovuto ritrovarli al buio.
Durante queste passeggiate, stava molto attenta a non farsi vedere da Marty, o da Toy o, peggio ancora, da suo padre. Stava giocando, anche se lo scopo di quel gioco era ancora un mistero. Forse stava preparando una cartina del luogo. Era per questo che andava continuamente da una parte all'altra della casa, controllando e ricontrollando l'esatta ubicazione, misurando la lunghezza dei corridoi e memorizzando il concatenarsi delle diverse stanze? Qualsiasi fosse il motivo, sentiva che quella follia era il frutto di un'inconscia e inevitabile necessità; alla fine, soltanto alla fine, l'avrebbe soddisfatta e sarebbe stata in pace per un po'. Alla fine della settimana conosceva la casa perfettamente; era stata in ogni stanza, eccetto che in quella di suo padre, il cui ingresso era vietato persino a lei. Aveva controllato tutte le entrate e le uscite, le scale e i passaggi, con la stessa accuratezza di un ladro.
Strani giorni; strane notti. È questa la pazzia? cominciò a domandarsi.
La seconda domenica - undici giorni dopo l'inizio della crisi - Marty venne chiamato in biblioteca. Vi trovò Whitehead con un'aria un po' affaticata, forse, ma sostanzialmente immutata nonostante la forte pressione a cui era stato sottoposto. Era vestito come se dovesse uscire; indossava lo stesso cappotto bordato di pelliccia che gli aveva visto il primo giorno durante la simbolica visita ai canili.
« Non esco di casa da parecchi giorni, Marty », annunciò, « e mi sta scoppiando la testa. Penso che dovremmo fare una passeggiata, noi due. »
« Vado a prendere la giacca. »
« Sì. E anche la pistola. »
Uscirono dalla porta posteriore, evitando così le delegazioni appena arrivate che ancora si accalcavano sulle scale e nell'ingresso, in attesa di essere ricevuti dal santo dei santi.
Era una giornata tiepida: il 17 di aprile. Ombre di nuvole distratte passavano sul prato, come soldati disordinati. « Andiamo nel bosco », disse il vecchio, incamminandosi con decisione. Marty restò qualche metro alle sue spalle, in segno di rispetto, pienamente consapevole dei fatto che Whitehead era uscito per liberarsi la mente e non certo per chiacchierare.
Nel bosco fervevano mille attività. Nuove piante crescevano sui resti ormai marci del precedente autunno; uccelli temerari si gettavano a capofitto e poi risalivano gli alberi, cinguettii di corteggiamento risuonavano di ramo in ramo. Proseguirono il cammino, senza seguire nessun sentiero in particolare, con Whitehead che si limitava ad alzare di tanto in tanto lo sguardo dagli stivali. Fuori dalla vista della casa e dei suoi discepoli, sembrava ancora più indifeso sotto il pesante fardello delle preoccupazioni. Teneva la testa abbassata e camminava in mezzo agli alberi, indifferente al canto degli uccelli e al rumore delle foglie.
Marty si stava divertendo. Aveva sempre attraversato quella zona di corsa mentre adesso, che andava a passo lento, era in grado di scorgere i diversi particolari del bosco. La miriade di fiori che stava calpestando, i funghi che spuntavano nei posti più umidi, fra le radici: tutto contribuiva a rallegrarlo. Durante il cammino, raccolse dei sassi. Su uno era chiaramente visibile l'impronta fossilizzata di una felce. Pensò a Carys e alla piccionaia e improvvisamente provò un inaspettato desiderio di vederla. Per la prima volta permise alla sua mente di concentrarsi su di lei e fu colto di sorpresa nell'accorgersi quanto la ragazza fosse diventata importante per lui. Era come se, dentro di lui, qualcosa avesse complottato a sua insaputa, come se negli ultimi giorni le sue emozioni avessero continuato a lavorare segretamente, trasformando ciò che non era altro che un interesse appena accennato nei confronti di Carys in qualcosa di più profondo. Era un enigma quasi irrisolvibile. Quando alzò lo sguardo dalla felce fossile, si accorse che Whitehead lo aveva distaccato di un bel pezzo. Accantonando i pensieri su Carys, riprese la solita andatura. Attraverso gli alberi, si vedevano le nuvole che, trasportate dal vento, andavano a coprire il sole e poi si allontanavano per andare a raggrupparsi in formazioni più cupe. L'aria si era fatta più fredda; ogni tanto cadeva qualche goccia di pioggia.
Whitehead si era alzato il bavero. Teneva le mani ben affondate nelle tasche. Quando Marty lo raggiunse, venne accolto da una domanda.
« Credi in Dio, Marty? »
Sembrava uscire dal nulla e Marty, colto impreparato, riuscì solo a rispondere: « Non lo so » . Una risposta piuttosto onesta, dato il tipo di domanda.
Ma Whitehead voleva saperne di più. Gli luccicavano gli occhi.
« Non prego, se è questo che vuole sapere », aggiunse Marty.
« Nemmeno prima del processo? Nemmeno una parolina con l'Onnipotente? »
Non c'era traccia di umorismo, né di malizia, né di nient'altro. E ancora Marty cercò di rispondere il più onestamente possibile.
« Non mi ricordo bene... probabilmente devo aver detto qualcosa, sì. » Si interruppe. Sopra di loro le nuvole oscuravano il sole. « Mi ha fatto bene. »
« E in prigione? »
« No, non ho mai pregato », di questo era assolutamente sicuro. « Nemmeno una volta. »
« Ma sicuramente ci saranno stati prigionieri timorati di Dio a Wandsworth! »
A Marty tornò in mente Heseltine, l'individuo con cui aveva diviso la cella durante le prime settimane di detenzione. Un vecchio abituato a stare in prigione; Tiny aveva trascorso più tempo dentro che fuori. Tutte le sere, prima di andare a letto, mormorava una versione personalizzata del Padre Nostro - « Padre Nostro che sei nei cieli, saluto il tuo nome » - senza capire né le parole, né il loro vero significato, si limitava a ripetere la preghiera in modo meccanico, come, probabilmente, faceva ormai da anni, e gli conferiva un senso che andava oltre la salvezza - « ... venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà, per sempre, per sempre, amen. »
Si stava riferendo a questo Whitehead? Nella preghiera di Heseltine c'era una forma di rispetto per il Sommo Artefice, c'era un ringraziamento al Creatore o era forse l'ansia per il Giudizio Finale?
« No », rispose Marty. « Non c'erano veri e propri timorati di Dio. Voglio dire, a che cosa servirebbe?... »
Forse avrebbe dovuto aggiungere qualcosa a quella considerazione e Whitehead lo stava aspettando, con la pazienza di un avvoltoio. Ma le parole gli rimasero impigliate nella lingua e si rifiutarono di uscire. Il vecchio cercò di provocarlo.
« Perché non serve, Marty? »
« Perché tutto dipende dal caso, non è così? Intendo dire: sono sempre e solo le circostanze a decidere. »
Whitehead annuì in modo quasi impercettibile. Ci fu un lungo silenzio fra i due, poi il vecchio disse: « Sai perché ho scelto proprio te, Martin? »
« Veramente no. »
« Toy non ti ha mai detto niente? »
« Mi ha detto soltanto che pensava potessi andare bene per questo lavoro. »
« Beh, un sacco di gente mi ha consigliato di scartarti. Pensavano tutti che tu non fossi adatto, per molti motivi che non starò a elencarti. Nemmeno Toy era convinto. Gli piacevi ma non era molto convinto. »
« Ma lei mi ha assunto lo stesso. »
« Così sembra. »
Marty stava cominciando a trovare insopportabile quel giochetto del gatto con il topo. Chiese: « Adesso, mi dirà perché l'ha fatto, vero? »
« Sei un giocatore d'azzardo », rispose lui. Marty, dentro di sé, conosceva già la risposta. « Non ti saresti mai trovato nei guai se non avessi dovuto pagare forti somme al gioco. Non è così? »
« Più o meno. »
« Spendevi tutto quel che guadagnavi. O almeno così hanno detto i tuoi amici al processo. Sperperavi tutto quel che avevi. »
« Non sempre. E poi ho fatto anche qualche grossa vincita. »
Whitehead lanciò a Marty un'occhiata tagliente come un bisturi.
« Dopo tutto quello che hai passato, dopo tutto quello che hai voluto subire per il tuo vizio, hai ancora il coraggio di parlare di grosse vincite! »
« Ricordo solo i tempi migliori, come farebbe chiunque altro », rispose Marty cercando di difendersi.
« È stato un caso! »
« No, ero in gamba, accidenti! »
« Solo un caso, Marty. L'hai detto tu un attimo fa. Hai detto che tutto dipende dal caso. Come si può essere bravi in qualcosa, quando è il caso a decidere? Non ha senso, ti pare? »
L'uomo aveva ragione, almeno in apparenza. Ma non era poi così semplice come voleva farla sembrare. Era solo un caso: non si poteva discutere quella considerazione elementare. Ma una parte di Marty sapeva che non era solo quello, anche se la sua dialettica limitata non gli permetteva di spiegare ciò che sentiva.
« Non hai detto così? » insisté Whitehead. « Che tutto dipende dal caso? »
« Non sempre è così. »
« Alcuni di noi hanno la fortuna dalla propria parte. È questo che vuoi dire? Alcuni di noi hanno le dita... » Whitehead tracciò un cerchio in aria con l'indice « ... sulla ruota. » Il dito si fermò, Marty completò la scena mentalmente: la pallina che saltellava da una casella all'altra per fermarsi in una nicchia, su un numero. Alcuni vincitori urlanti per il trionfo.
« Non sempre », disse. « Solo qualche volta. »
« Spiegami. Raccontami quello che sentivi. »
Perché no? Che cosa c'era di male?
« Sa, a volte era semplice, come rubare le caramelle a un bambino. Andavo in qualche club e le fiches mi prudevano la mano, e sapevo, Cristo se lo sapevo, che non avrei potuto fare a meno di vincere. »
Whitehead stava sorridendo.
« Ma a volte, non succedeva », ricordò a Marty, con cortese brutalità. « Spesso non succedeva. È continuato a non succedere e alla fine ti sei ritrovato indebitato fino al collo, e forse anche di più. »
« Ero uno stupido. Giocavo anche quando le fiches non mi prudevano in mano. Anche quando sapevo benissimo di essere in un periodo sfortunato. »
« Perché? »
Le guance di Marty si infiammarono.
« Ma che cosa vuole, una confessione con tanto dì firma? » disse in tono brusco. « Ero avido, che cosa crede? E mi piaceva giocare, anche quando non avevo nessuna speranza di vincere. Nonostante tutto, volevo andare avanti a giocare. »
« Per amore del gioco. »
« Credo di sì. Sì. Per amore del gioco. »
Il viso di Whitehead venne attraversato da un'espressione molto strana, piuttosto complessa. Era rammarico, e una perdita terribile e dolorosa: e forse di più, era una vaga comprensione. Whitehead, il maestro, Whitehead, il capo di tutti, mostrò improvvisamente - troppo rapidamente - un volto diverso, più accessibile: il volto di un uomo confuso, quasi disperato.
« Voglio qualcuno che abbia le tue debolezze », spiegò e improvvisamente era lui che si stava confessando. « Perché sono convinto che prima o poi arriverà il giorno in cui dovrò chiederti di correre un rischio per me. »
« Che tipo di rischio? »
« Qualche cosa di più complicato di una roulette e di un gioco di carte. Vorrei tanto che fosse così semplice. Forse potrei spiegarti tutto, invece di chiederti un atto di fede. Ma è così difficile. E io sono stanco. »
« Bill ha detto qualcosa... »
Whitehead lo interruppe.
« Toy ha lasciato la proprietà. Non lo rivedrai più. »
« Quando se n'è andato? »
« All'inizio di questa settimana. Da un po' di tempo i rapporti tra di noi si erano fatti tesi. »
Notò lo sgomento di Marty. « Non preoccuparti per questo. La tua posizione qui è sicura come sempre. Ma devi avere fiducia in me, una fiducia cieca. »
« Signore ... »
« Le promesse di fedeltà sono sprecate con me. Non perché non creda che tu sia sincero. Ma sono circondato da persone che non fanno che ripetermi ciò che credono io voglia sentire. Ecco come si pagano le pellicce delle mogli e la cocaina per i figli. » Mentre parlava si accarezzava la barba con le dita inguantate. « C'è così poca gente onesta. Toy era uno di questi. Evangeline, mia moglie, era un'altra. Ma sono in pochi. Devo fidarmi solo del mio istinto; non devo credere alle chiacchiere, ma ascoltare solo ciò che mi suggerisce la testa. E lei si fida di te, Martin. »
Marty non disse nulla; si limitò ad ascoltare la voce di Whitehead che si faceva più lenta e insinuante, mentre gli occhi lanciavano sguardi di fuoco che avrebbero potuto incendiare una steppa.
« Se starai con me, se mi proteggerai, non ci sarà niente che non potrai essere o avere. Mi sono spiegato? Niente. »
Non era la prima volta che il vecchio faceva proposte tanto allettanti, ma le circostanze erano molto diverse dal giorno in cui Marty era arrivato al santuario. Era più rischioso ormai. « Qual è la cosa peggiore che potrebbe capitare? » domandò.
L'espressione confusa era scomparsa, ma il suo sguardo era ancora ardente.
« La cosa peggiore? » ripeté Whitehead. « Chi può sapere qual è la cosa peggiore? » Gli occhi infuocati sembravano sul punto di essere spenti dalle lacrime; cercò di trattenersi. « Ho visto di tutto. E sono andato avanti. Non ho mai pensato... nemmeno una volta... »
Un ticchettio annunciò la pioggia; il suo rumore leggero accompagnava le parole di Whitehead. La sua proverbiale parlantina lo aveva improvvisamente abbandonato: non ne aveva più. Ma doveva dire ancora qualcosa - qualcosa di importante.
« Non ho mai pensato... che sarebbe successo a me. »
Si bloccò e scosse la testa, ripensando a quell'assurdità.
« Mi aiuterai? » domandò, invece di fornire altre spiegazioni.
« Naturalmente. »
« Bene », approvò il vecchio. « Vedremo, eh? »
Senza il benché minimo avviso, passò davanti a Marty e riprese la strada per la quale erano venuti. Sembrava che la gita fosse giunta al termine. Camminarono per parecchio tempo: Whitehead stava davanti e Marty lo seguiva discretamente a un paio di metri. Solo quando giunsero in vista della casa, Whitehead riprese a parlare. Questa volta non si fermò neppure, e sparò la domanda senza girarsi. Solo quattro parole.
« E il Diavolo, Marty? »
« Come, signore? »
« Il Diavolo. Non hai mai pregato per lui? »
Era uno scherzo. Uno scherzo un po' pesante, ma, forse, in modo particolare per alleggerire un po' l'atmosfera.
« Ebbene, l'hai mai fatto? »
« Una volta o due », rispose Marty abbozzando un sorriso. Mentre quelle parole gli uscivano dalle labbra, Whitehead rimase come paralizzato sul sentiero, con un braccio disteso dietro di lui, per fermare Marty.
« Sssst ... »
Venti metri più avanti, una volpe si era fermata in mezzo al cammino. Non si era ancora accorta che la stavano osservando, ma era questione di pochi istanti, poi le sue narici avrebbero fiutato la presenza dei due uomini.
« Da che parte? » bisbigliò Whitehead.
« Come? »
« Da che parte scapperà? Mille sterline. Una scommessa regolare. »
« Non ho... » cominciò Marty.
« Allora una settimana di paga. »
Marty cominciò a sorridere. Che cos'era una settimana di paga? Comunque non avrebbe potuto spendere quei soldi.
« Mille sterline che scappa verso destra », disse Whitehead.
Marty esitava.
« Sbrigati... »
« D'accordo. »
Proprio in quel momento, l'animale li fiutò. Drizzò le orecchie, girò la testa e li vide. Per un attimo rimase assolutamente immobile, sorpresa, poi scappò. Per parecchi minuti continuò a correre, allontanandosi da loro, ma restando sempre sul sentiero, senza spostarsi né da un lato né dall'altro, mentre sollevava foglie morte con le zampette. Poi, all'improvviso, tagliò attraverso gli alberi, sulla sinistra. Non c'era dubbio sul vincitore.
« Complimenti », disse Whitehead, togliendosi il guanto e porgendo la mano a Marty. Quando gliela strinse, Marty si accorse che gli prudeva la mano, come succedeva con le fiches nelle serate fortunate.
Raggiunsero la casa quando ormai la pioggia cadeva fitta. Nell'edificio regnava una benefica quiete. Apparentemente Pearl, stanca di sopportare i barbari in cucina, se n'era andata infuriata. Comunque, i barbari sembravano aver capito la lezione. Il loro vocio confuso si era trasformato in un brusio e, quando Whitehead entrò, pochi fecero calca attorno a lui. E coloro che ci provarono furono rimproverati aspramente. « Sei ancora qui, Munrow? » domandò a uno dei fedeli; a un altro che aveva commesso l'errore di porgergli una serie di documenti suggerì l'idea di « andarsi a impiccare ». Raggiunsero lo studio con pochissime interruzioni. Whitehead aprì la cassaforte nella parete.
« Sono sicuro che preferisci dei contanti. »
Marty osservò attentamente il tappeto. Sebbene avesse vinto la scommessa in modo onesto, era imbarazzato dalla posta in gioco.
« Vanno bene i contanti », mormorò.
Whitehead contò una mazzetta di biglietti da venti sterline e gliela porse.
« Divertiti », aggiunse.
« Grazie. »
« Non devi ringraziarmi », dichiarò Whitehead. « Era una scommessa in piena regola. E ho perso. »
Calò un silenzio imbarazzante mentre Marty intascava i bigliettoni.
« La nostra chiacchierata... » continuò il vecchio « ... deve essere mantenuta nel massimo riserbo, mi sono spiegato? »
« Certamente. Non farei mai... »
Whitehead alzò la mano per interrompere qualsiasi divagazione.
« ... Il massimo riserbo. I miei nemici hanno degli agenti. »
Marty annuì, come se avesse capito. Naturalmente, in un certo senso, aveva capito. Forse Whitehead sospettava di Luther o di Pearl. Forse anche di Toy, che era improvvisamente diventato persona non grata.
« Queste persone sono responsabili dell'attuale crollo delle mie fortune. E stato tutto architettato fin nei minimi particolari », si strinse nelle spalle, tenendo gli occhi socchiusi. Mio Dio, pensò Marty, non vorrei mai dovermi scontrare contro quest'uomo. « Non mi preoccupo di queste cose. Se vogliono la mia rovina, facciano pure. Ma non mi piacerebbe sapere che sono venuti a conoscenza dei miei sentimenti più profondi. Mi capisci? »
« Questo non accadrà. »
« No », increspò le labbra in una fredda smorfia di soddisfazione.
« Ho saputo che ogni tanto frequenti Carys. Pearl dice che passate un po' di tempo insieme. È vero? »
« Sì. »
Whitehead riprese a parlare con un tono distaccato, che suonava chiaramente falso.
« La maggior parte delle volte appare equilibrata, ma fondamentalmente non è che una finta. Mi dispiace doverlo dire, ma non sta bene e ormai sono anni che va avanti così. Naturalmente è stata in cura presso i migliori psichiatri, ma purtroppo i risultati non sono stati evidenti. Anche sua madre ha fatto la stessa fine. »
« Mi sta chiedendo di non vederla più? »
Whitehead sembrò autenticamente sorpreso.
« No, assolutamente. L'amicizia può farle bene. Ma ricordati che è una ragazza con gravi disturbi mentali. Non prendere troppo sul serio le sue affermazioni. La maggior parte delle volte non sa quello che dice. Bene, penso di averti detto tutto. Dovresti andare a saldare il tuo debito con la volpe. »
Sorrise con gentile ironia. « Una volpe davvero intelligente. »
Durante i primi due mesi e mezzo di permanenza al santuario, Whitehead si era dimostrato di una freddezza glaciale. Ma ormai Marty doveva ricredersi. Quel giorno aveva intravisto un uomo diverso: un uomo solo, incapace di esprimersi chiaramente, interessato a Dio e alla preghiera. E non solo a Dio. C'era stata quell'ultima domanda, quella che aveva posto senza pensarci troppo: « E il Diavolo? Hai mai pregato per lui? »
Marty sentiva di avere in mano molte tessere di un mosaico, ma nessuna di loro sembrava appartenere allo stesso ritratto. Erano frammenti di una dozzina di scene diverse: Whitehead splendente in mezzo ai suoi seguaci, oppure Whitehead seduto davanti alla finestra, intento a osservare la notte; Whitehead, il sovrano, il signore di tutti i suoi uomini; e ancora Whitehead che scommette come un facchino ubriaco sulla direzione che può prendere una volpe in fuga.
Quell'ultimo frammento era quello che l'aveva impressionato di più. Aveva intuito che poteva essere la chiave capace di riunire le immagini più diverse. Aveva la strana sensazione che la scommessa sulla volpe fosse stata preparata. Impossibile, naturalmente, eppure, eppure... Non era possibile che Whitehead potesse davvero far girare la ruota a suo piacimento e avere così la possibilità di decidere se far scappare la volpe a destra o a sinistra? Poteva conoscere gli avvenimenti futuri, prima che questi accadessero, o era egli stesso a determinarli?
Una volta, Marty avrebbe sicuramente respinto quel tipo di spiegazione. Ma adesso era cambiato. La permanenza al santuario lo aveva trasformato, il comportamento di Carys lo aveva trasformato. In un certo senso era divenuto più complesso e una parte di lui avrebbe preferito tornare alla chiarezza del bianco e del nero. Ma sapeva maledettamente bene che quella semplicità non era altro che falsità. L'esperienza era fatta di ambiguità interminabili - di ragione, di sensazione, di cause e di effetto - e se davvero voleva vincere in quelle circostanze, doveva capire il meccanismo di quelle ambiguità.
No, non vincere. Non si trattava di vincere o di perdere, almeno non nel modo in cui lo intendeva un tempo. La volpe era scappata a sinistra e si era ritrovato mille sterline in tasca, ma non aveva provato la stessa gioia di quando aveva vinto ai cavalli o al casinò. Il nero scoloriva semplicemente fino a virare in bianco, e viceversa, e alla fine era difficile distinguere ciò che era giusto da ciò che era sbagliato.
30
Toy aveva telefonato alla proprietà a metà pomeriggio e aveva parlato con una Pearl arrabbiata, sul punto di andarsene. Aveva lasciato un messaggio per Marty, chiedendogli di richiamarlo al numero di Pimlico. Ma Marty non l'aveva fatto. Toy pensò che, forse, Pearl si era dimenticata di trasmettere il messaggio, o che forse Whitehead lo avesse intercettato in qualche modo impedendogli di richiamarlo. Qualsiasi fosse stato il motivo, non era riuscito a parlare con Marty, e si sentiva in colpa per questo. Aveva promesso di avvisare Strauss se le cose avessero cominciato ad andare storte. Era quello che stava succedendo. Niente di importante, forse; l'apprensione di Toy nasceva più dall'istinto che dai fatti reali. Ma Yvonne gli aveva insegnato a credere al cuore e non alla testa. Dopotutto le cose stavano precipitando e lui non aveva avvertito Marty. Forse era per questo che continuava a fare brutti sogni e che si svegliava con terribili ricordi per la testa.
Non tutti sopravvivono alla giovinezza. Alcuni muoiono prima, vittime della loro stessa smania di vivere. Toy non ne era rimasto vittima, ma ci era andato pericolosamente vicino. Non che allora se ne fosse reso conto. Era rimasto troppo abbagliato da quanto insegnatogli da Whitehead per rendersi conto di quanto fosse tutto pericoloso. E aveva obbedito alle richieste del vecchio con zelo assoluto, non era forse vero? Non si era mai tirato indietro davanti ai suoi doveri, per quanto chiaramente illegali. Perché avrebbe dovuto sorprendersi nell'accorgersi che, dopo tutti quegli anni, tutti quei crimini commessi con noncuranza, qualcuno lo stava inseguendo nel silenzio? Era per questo motivo che si trovava sdraiato nel letto in un bagno di sudore con Yvonne al suo fianco e con una frase che si ripeteva con ossessione nella mente.
Mamoulian arriverà.
Era l'unica idea chiara che avesse. Il resto - i suoi pensieri per Marty e per Whitehead - era un misto di sentimenti di vergogna e di accuse. Ma quella semplice frase - Mamoulian arriverà - si ergeva dall'incertezza, come un punto fisso al quale si aggrappavano tutte le sue angosce.
Non sarebbe stato sufficiente scusarsi. Nessuna umiliazione avrebbe potuto tenere a freno la rabbia dell'Ultimo Europeo. Perché Toy era stato giovane e brutale, e aveva avuto un atteggiamento malvagio nei suoi confronti. Una volta, quando ancora era troppo giovane per capire, aveva fatto soffrire Mamoulian, e ormai il rimorso arrivava in ritardo - erano passati venti o trent'anni - e, poi, in fin dei conti non aveva forse vissuto con i profitti di quella crudeltà? Oh, Gesù, pensò seguendo il ritmo incerto del suo respiro, Gesù, aiutami.
Impaurito e pronto ad ammetterlo se fosse stato necessario perché lei lo confortasse, si girò e si avvicinò a Yvonne. Non c'era, la sua parte del letto era fredda.
Si alzò a sedere, disorientato.
« Yvonne? »
La porta della stanza era socchiusa, e dal piano di sotto proveniva una luce che rischiarava a malapena la stanza. C'era una grande confusione. Avevano trascorso la serata a preparare bagagli e non avevano ancora terminato quando, all'una di notte, erano andati a letto. I vestiti erano stati ammucchiati sul cassettone, nell'angolo una valigia aperta pareva intenta a sbadigliare, le sue cravatte penzolavano su una sedia come serpenti rinsecchiti con la lingua rivolta verso il pavimento.
Sentì un rumore provenire dal pianerottolo. Conosceva bene la cautela con cui era solita camminare Yvonne. Sicuramente era andata a prendersi un succo di mela, oppure un biscotto, come al solito. Sulla porta apparve la sua sagoma.
« Stai bene? » le chiese.
Gli rispose mormorando un sì confuso. Toy rimise la testa sul cuscino.
« Avevi ancora fame », disse tenendo gli occhi chiusi. « Hai sempre fame ».
Nel letto entrò una folata di aria fredda, mentre Yvonne alzò le lenzuola per infilarsi accanto a lui.
« Hai lasciato la luce accesa da basso », borbottò Toy mentre il sonno stava catturandolo per la seconda volta. Lei non rispose. Con tutta probabilità si era già addormentata; forse era sempre stata in stato di dormiveglia. Si voltò per guardarla nella semioscurità. Non stava ancora russando, ma non era nemmeno completamente silenziosa. Ascoltò con maggiore attenzione, con lo stomaco che gli si contraeva. Yvonne stava emettendo un suono gorgogliante: come se stesse respirando attraverso il fango.
« Yvonne... sei sicura di star bene? »
Non rispose.
L'orribile suono proseguiva, proveniente dal viso che si trovava a una spanna dal suo. Raggiunse l'interruttore della lampada posto sopra il letto, senza distogliere lo sguardo dalla massa nera della testa di Yvonne. Era meglio farlo subito, pensò, prima che la sua immaginazione potesse avere il sopravvento. Le dita trovarono l'interruttore, lo tastarono e la luce si accese.
Quella che stava sul cuscino accanto a lui, non poteva essere Yvonne.
Balbettò il suo nome, balzando fuori dal letto, tenendo lo sguardo fisso sull'orrore che giaceva accanto a lui. Com'era possibile che fosse ancora viva, che avesse salito le scale, che si fosse infilata nel letto e che mormorasse quello strano sì? Le ferite erano tanto profonde che sicuramente doveva essere morta. Nessuno avrebbe potuto vivere scuoiato e con le ossa completamente frantumate.
Yvonne fece un mezzo giro nel letto, tenendo gli occhi chiusi, come se stesse mormorando nel sonno. Poi - schifosamente - pronunciò il suo nome. La bocca non emetteva i soliti suoni: il sangue rendeva scivolose le parole che venivano pronunciate. Non riuscì a sopportare oltre quella visione: si sarebbe messo a urlare e li avrebbe fatti arrivare - di chiunque si trattasse - li avrebbe fatti arrivare armati del loro bisturi gocciolante di sangue. Probabilmente si trovavano già fuori della porta; ma niente al mondo poteva convincerlo a restare in quella stanza. Non mentre lei continuava a compiere lenti movimenti nel letto, pronunciando ancora il suo nome e sfilandosi la camicia da notte.
Uscì barcollante dalla stanza e si fermò sul pianerottolo, dove, con sua grande sorpresa, nessuno lo stava aspettando.
In cima alle scale ebbe un attimo di esitazione. Non era un uomo coraggioso; ma non era nemmeno uno stupido. L'indomani si sarebbe potuto pentire; ma in quel momento non restava altro da fare che difendersi da chiunque le avesse fatto quell'orrore. Chiunque! Perché non voleva ammettere il nome neppure a se stesso? Il responsabile era Mamoulian: quella era la sua firma. E non era da solo. L'Europeo non avrebbe mai osato porre le sue mani pulite su un corpo umano, come quello di Yvonne; era risaputo quanto fosse schizzinoso. Ma era lui che le stava concedendo di vivere anche dopo essere stata ammazzata. Solo Mamoulian era capace di questo.
E ora stava aspettando da basso - non era vero? - nell'oscurità del sottoscala? Aspettava, dopo aver atteso a lungo, che Toy scendesse stancamente per unirsi a lui.
« Va' all'inferno », disse Toy all'oscurità e si incamminò (aveva voglia di correre, ma il buon senso gli disse di non far rumore) lungo il pianerottolo, verso la camera degli ospiti. A ogni passo si aspettava una mossa del nemico, ma non arrivava nessuno. Almeno non fino a quando non raggiunse la porta della stanza.
Allora, mentre girava la maniglia, udì la voce di Yvonne alle sue spalle:
« Willy... » Era riuscita ad articolare bene la parola.
Per un attimo mise in dubbio la propria sanità mentale. Era possibile che, girandosi, l'avesse sorpresa sulla porta della stanza sfigurata nel modo che ben ricordava, o si era trattato soltanto di un brutto sogno?
« Dove stai andando? » il tono della voce esigeva una risposta. Da basso, si era mosso qualche cosa.
« Ritorna a letto », continuò la voce.
Senza girarsi per declinare l'invito, Toy spalancò la porta della stanza e, nello stesso momento, udì qualcuno salire le scale. Erano passi pesanti: qualcuno che aveva fretta.
Non c'era la chiave nella toppa e non c'era tempo per trascinare qualche mobile davanti alla porta. Con tre ampie falcate, Toy attraversò la stanza completamente al buio, spalancò la porta-finestra e uscì sul piccolo balcone in ferro battuto, che cigolò sotto il suo peso. Non avrebbe retto a lungo.
Sotto di lui, il giardino era immerso nell'oscurità, ma sapeva con precisione dov'erano le aiuole con i fiori e le pietre del selciato. Senza un attimo di esitazione - il rumore dei passi si faceva sempre più vicino - scavalcò il parapetto. Gli scricchiolarono le giunture per lo sforzo, e ancora di più quando saltò in basso aggrappandosi con le mani, rimanendo sospeso senza essere troppo sicuro di reggere a lungo.
Un rumore, proveniente dalla stanza che aveva appena lasciato, attirò la sua attenzione; il suo inseguitore, un delinquente grasso, con le mani insanguinate e gli occhi rabbiosi, era ormai entrato, e si stava dirigendo verso la finestra, borbottando per il dispetto. Toy fece oscillare il corpo come meglio poté, sperando di evitare il selciato che sapeva essere esattamente sotto i suoi piedi nudi e di cadere sul terreno soffice dell'aiuola erbosa. C'erano poche speranze di riuscire in quella manovra. Si lasciò cadere dalla balaustra proprio nel momento in cui la massa obesa arrivò sul balcone e per qualche istante, che gli sembrò un'eternità, cadde nel vuoto, mentre, sopra di lui, la finestra si faceva sempre più piccola, e finalmente atterrò con una semplice ammaccatura, tra i gerani che Yvonne aveva piantato soltanto la settimana prima.
Si rialzò in piedi: era senza fiato, ma illeso. Corse verso il cancello posteriore, attraverso il giardino illuminato dalla luna. Era chiuso con il lucchetto, ma riuscì a scavalcarlo con facilità, l'adrenalina aveva reso i muscoli più forti. Non si sentiva più traccia dell'inseguitore e, quando lanciò un'occhiata alle spalle, si accorse che l'uomo grasso era ancora alla finestra e lo stava guardando scappare, come se non avesse nessuna intenzione di seguirlo. Preso da un'improvvisa eccitazione, scappò via di corsa attraverso lo stretto passaggio che univa tutti i giardini sul retro, cercando solo di allontanarsi il più possibile dalla casa.
Soltanto una volta sulla strada - mentre i lampioni si stavano spegnendo, poiché ormai stava spuntando l'alba - si rese conto di essere completamente nudo.
31
Marty era andato a letto contento. Sebbene ci fossero ancora molte cose che non riusciva a capire, cose che il vecchio - nonostante le promesse di future spiegazioni - sembrava voler tenere segrete,- pensava che in fin dei conti non erano fatti suoi. Se Papà voleva tenere dei segreti, che se li tenesse. Marty era stato assunto per proteggerlo e sembrava che stesse compiendo bene il proprio dovere, con completa soddisfazione da parte del suo datore di lavoro. I risultati si vedevano dalle confidenze che il vecchio gli aveva fatto e dalle mille sterline che stavano sotto il cuscino.
L'euforia gli impediva di dormire: il suo cuore sembrava battere due volte più veloce dei normale. Si alzò, si infilò la vestaglia e si mise a cercare un programma che potesse distogliere la sua mente dagli eventi della giornata, ma la boxe lo deprimeva come anche i film pornografici. Scese allora in biblioteca, prese un libro che aveva già iniziato e tornò in camera, passando prima dalla cucina per prendersi una birra.
Una volta tornato in camera, vi trovò Carys, vestita con un paio di jeans, un maglione e a piedi nudi. Aveva un'aria stanca e in quel momento sembrava più vecchia dei suoi diciannove anni. Il sorriso che gli rivolse era troppo calcolato per riuscire a essere convincente.
« Non ti spiace, vero? » disse. « Ti ho sentito camminare. »
« Non dormi mai tu? »
« Non molto. »
« Un po' di birra? »
« No, grazie. »
« Siediti », la invitò, spostando dalla sedia un mucchio di vestiti. La ragazza preferì sedersi sul letto, lasciando la sedia a Marty.
« Devo parlarti », disse piano.
Marty lasciò cadere il libro che aveva appena preso. Sulla copertina c’era una donna nuda, dalla pelle verde fosforescente, che usciva da un uovo su un pianeta assolato.
« Sai che cosa sta succedendo? »
« Succedendo? Che cosa vuoi dire? »
« Non hai avvertito qualcosa di strano nella casa? »
« Cioè? »
La bocca di lei aveva assunto la sua smorfia più consueta: gli angoli abbassati, in segno di irritazione.
« Non so... è difficile descriverlo. »
« Provaci. »
Esitò, come un tuffatore sul bordo di un trampolino, poi si tuffò.
« Tu sai che cos'è un sensitivo? »
Scosse il capo.
« È qualcuno in grado di cogliere le onde. Le onde del pensiero. »
« La lettura del pensiero. »
« Più o meno. »
Le lanciò un'occhiata incerta. « È qualcosa che sei capace di fare? » domandò.
« Non fare. Io non faccio nulla. Diciamo piuttosto che mi è stato fatto. »
Marty si appoggiò alla sedia imbarazzato.
« È come se tutto diventasse appiccicoso. Non riesco a scrollarmelo di dosso. Sento la gente che parla anche se non muove le labbra. La maggior parte delle volte sono cose senza senso: solo stupidaggini. »
« Ed è ciò che pensano? »
« Sì. »
Non riuscì a trovare molto da dire, tranne che non era certo di crederle e non era esattamente ciò che la ragazza avrebbe voluto sentirsi dire. Era venuta per farsi rassicurare, non era forse così?
« E non è tutto », proseguì lei. « A volte vedo delle forme attorno ai corpi umani. Forme indefinite... come una specie di luce. »
Marty pensò all'uomo del recinto; alla luce che aveva emanato, almeno così sembrava. Ma non la interruppe.
« Il punto è che io avverto cose che gli altri non avvertono. Non penso dipenda dal grado di intelligenza. Semplicemente, avverto qualcosa. E nelle ultime settimane ho sentito qualcosa nella casa. Ho avuto degli strani pensieri in testa, usciti dal nulla... sogno cose orribili. » Si fermò, rendendosi conto che la descrizione si era fatta troppo vaga e che avrebbe perso anche quel briciolo di credibilità se avesse continuato nel suo monologo.
« Vedi delle luci? » domandò Marty, tirandosi indietro.
« Sì. »
« Ho visto qualcosa di simile. »
Carys si sporse verso di lui.
« Quando?»
« L'uomo che è penetrato in giardino. Credo di aver visto della luce attorno a lui. Usciva dalle ferite, credo, e dagli occhi e dalla bocca », stava ancora finendo la frase e già cercava di scrollarsi di dosso quell'immagine, come se avesse paura di un contagio. « Non so bene », continuò. « Ero ubriaco. »
« Ma hai visto qualcosa. »
« ... Sì », dovette ammettere senza troppo entusiasmo.
Carys si alzò e si diresse verso la finestra. Tale padre tale figlia, pensò lui: tutti e due con la mania delle finestre. Mentre fissava il prato Marty non tirava mai le tende - ebbe modo di osservarla attentamente.
« Qualcosa... » disse « ... qualcosa. »
La grazia della gamba piegata, la rotondità delle natiche, il viso riflesso nel vetro freddo, così assorto in quel mistero: erano tutte cose che lo affascinavano.
« Ecco perché non parla più », continuò lei.
« Papà? »
« Sa che avverto quello che sta pensando e ha paura. »
Non sapeva più come spiegarsi: iniziò a battere il piede con irritazione, respirando a scatti nervosi.
Poi, inaspettatamente, disse:
« Sapevi di avere la mania del seno? »
« Che cosa? »
« Continui a fissarlo. »
« Sei matta! »
« E tu un bugiardo. »
Marty si alzò in piedi senza sapere esattamente che cosa dire o che cosa fare, fino a quando le parole non gli uscirono dalla bocca da sole. A quel punto, nella più completa confusione, la verità gli sembrava la cosa migliore.
« Mi piace guardarti. »
Le toccò una spalla. A quel punto, se solo avessero voluto, il gioco sarebbe potuto finire; la tenerezza era a portata di mano. Potevano approfittare dell'occasione, oppure rifiutarla: potevano riprendere la conversazione oppure lasciar perdere. Dipendeva tutto da loro.
« Tesoro », disse Carys. « Non agitarti. »
Le si avvicinò e la baciò dietro il collo. Lei si voltò e ricambiò il bacio, mentre, con le mani, risaliva lungo la schiena fino ad afferrargli il capo, come se volesse sentirne il peso.
« Finalmente », sospirò quando si lasciarono andare. « Iniziavo a pensare che fossi un po' troppo gentiluomo. » Caddero insieme sul letto, mentre lei si girava per andare a mettersi a cavalcioni sopra di lui. Senza un attimo di esitazione, cercò la cintura della vestaglia di Marty. Lui, sotto di lei, rimase semirigido, intrappolato in una posizione scomoda. Si sentiva leggermente a disagio. Gli aprì la vestaglia e gli fece scorrere le mani sul petto. Aveva un corpo solido, senza essere grasso; una peluria simile a seta gli partiva dallo sterno e proseguiva più in basso nel cespuglio centrale sull'addome, facendosi sempre più folta man mano che scendeva. Lei si alzò un attimo, per togliergli la vestaglia dall'inguine. Il membro virile, finalmente libero, si rizzò. Lo accarezzò facendolo pulsare.
« Carino », disse lei.
Si stava abituando alla sua approvazione. La sua calma era contagiosa. Si alzò un poco, appoggiandosi sui gomiti, per poterla osservare meglio, mentre lei, sempre calma, continuava a stare in equilibrio su di lui. Stava contemplando la sua erezione; si mise l'indice in bocca e fece colare un filo di saliva sul pene, facendo scorrere il dito su e giù con movimenti fluidi e pigri. Lui si dimenava, assorbito dal piacere. Un'ondata di calore gli salì al petto, un ulteriore segnale, anche se non era necessario, per provare il suo stato d'eccitazione. Anche le guance gli bruciavano.
« Baciami », le disse.
Si sporse in avanti e le bocche si incontrarono. Caddero indietro sul letto. Le infilò le mani sotto il maglione e, mentre stava per sfilarglielo, lei lo fermò.
« No », gli mormorò contro la bocca.
« ... voglio vederti. »
Lei si mise a sedere. Marty la guardò, un poco sorpreso.
« Non così in fretta », disse lei, e sollevò il maglione per mostrargli il ventre e il seno, ma non tolse l'indumento. Marty la guardò avidamente, come un cieco che ha appena riacquistato la vista: la pelle serica, l'inaspettata pienezza del corpo di lei. Le mani seguivano lo sguardo, premendo sulla pelle liscia, facendo spirali attorno ai capezzoli, osservando la rotondità dei seni che si ergevano sopra le costole. Anche la bocca si era messa a seguire il percorso delle mani e degli occhi: sentiva il desiderio di scoprirla tutta con la lingua. Carys gli tirò il capo contro il petto. Attraverso la massa dei capelli, la sua cute era rosa come quella di un bambino. Allungò il collo per baciarlo, ma non ci riuscì; fece allora scivolare una mano verso il basso. « Fa' attenzione », mormorò lui mentre lei lo accarezzava.
Con molta delicatezza riuscì a convincerla e si distesero sul letto, a fianco a fianco. Lei gli sollevò la vestaglia fino al collo, mentre lui lavorava al bottone dei suoi jeans. Non fece nulla per aiutarlo, le piaceva la sua aria concentrata. Sarebbe stato meraviglioso essere completamente nudi: pelle contro pelle. Ma non era quello il momento di rischiare. Se avesse visto i lividi e i segni dell'ago, l'avrebbe respinta. E lei non poteva sopportarlo.
Era riuscito a slacciare il bottone e ad abbassare la cerniera, e le mani avevano iniziato a frugare nei jeans, insinuandosi nelle mutandine. Aveva fretta, e dopo averlo osservato all'opera, si decise ad aiutarlo e si spogliò, sollevando i fianchi dal letto per potersi sfilare i jeans e le mutandine restando, infine, nuda dai capezzoli alle ginocchia. Marty l'accarezzò con la bocca, lasciandole tracce di saliva, leccandole l'ombelico, poi più giù, con faccia infuocata e la lingua dentro di lei, non molto esperto, ma con tanta voglia di imparare, frugando dove a lei piaceva di più e seguendo i suoi sospiri.
Le abbassò ancora i jeans e, quando si accorse che non opponeva più resistenza, glieli sfilò completamente. Lo stesso successe per le mutandine, mentre lei chiudeva gli occhi per concentrarsi soltanto sulle sue sensazioni. Nella sua avidità, Marty sembrò avere degli istinti cannibaleschi; pareva nutrirsi di ogni parte del suo corpo, senza escluderne nessuna: premeva ovunque fin quando non trovava resistenza.
Carys sentì un prurito all'altezza della nuca, ma non ci fece caso, impegnata com'era in quel delizioso passatempo. Lui sollevò la testa dall'inguine, con espressione dubbiosa.
« Va' avanti », lo esortò lei.
Si dimenava sul letto, invitandolo dentro di lei - Ma Marty sembrava incerto.
« Che cosa c'è che non va? »
« Nessuna precauzione », disse lui.
« Non ti preoccupare. »
Non aveva bisogno di un secondo invito. Restando un po' sollevata Carys osservò, presa da un'eccitazione sempre più intensa, il suo membro turgido penetrarla lentamente, quasi con riverenza. A quel punto, Marty non riuscì più a trattenersi, si appoggiò sulle mani e inarcò la schiena spingendosi più profondamente dentro di lei mentre con la lingua seguiva il contorno dei suoi occhi.
Carys gli si avvinghiò, spingendo i suoi fianchi contro quelli di lui. Marty emise un gemito e poi aggrottò le sopracciglia.
Oh, Cristo, pensò lei, è 'venuto'. Ma lo vide riaprire gli occhi, sempre infuocati, mentre dava colpi lenti e regolari, dopo la spinta iniziale accelerata.
Di nuovo sentì qualcosa sul collo: non era più un semplice pizzicore. Era una fitta, come la puntura di un grosso ago. Cercò di ignorarla, ma la sensazione si faceva sempre più intensa, mentre il corpo cedeva al piacere di quell'attimo. Marty era troppo concentrato sulle loro anatomie avvinghiate per accorgersi del suo disagio. Respirava affannosamente e lei sentiva il suo alito caldo sul suo viso. Cercò di dimenarsi, nella speranza che il dolore dipendesse soltanto dalla scomoda posizione in cui si trovava.
« Marty... » disse a fatica, « girati. »
All'inizio non era molto convinto di quella manovra, ma quando si ritrovò con lei seduta sopra di lui riprese con facilità il ritmo. Iniziò nuovamente la salita verso il piacere: era stordito.
Il dolore al collo non accennava a diminuire, e Carys cercò di cacciarlo dalla mente. Abbassò il viso verso Marty passandogli la lingua sulle labbra semiaperte: lui si spinse dentro di lei il più possibile, restando in quella posizione per qualche istante.
Improvvisamente, Carys sentì qualcosa muoversi dentro di lei. Non era Marty. Qualcosa o qualcuno stava agitandosi nel suo corpo. Perse concentrazione per qualche istante, mentre il cuore perdeva i colpi. Non riusciva più a capire dove fosse e che cosa fosse. Altri occhi sembravano guardare attraverso i suoi e per un attimo ebbe una strana visione. Vide il sesso come una forma di depravazione, un rapporto rozzo e bestiale.
« No », urlò, cercando di cancellare la nausea che si era impadronita di lei.
Marty socchiuse gli occhi, interpretando quel « no » come il tentativo di ritardare la conclusione.
« Ci sto provando, tesoro... » bisbigliò. « Non muoverti. »
All'inizio non capì che cosa Marty intendesse dire: era lontanissimo da lei, coperto di sudore nauseante e le stava facendo male, contro la sua volontà. « Va bene così? » domandò lui, stringendola dolorosamente. Sembrava gonfiarsi dentro di lei. E la duplice visione si allontanò dalla mente. L'osservatore se ne andò dai suoi occhi, disgustato dalla pienezza e dalla carnalità di quell'atto, dalla sua realtà. Chissà se anche lui, pensò Carys, aveva sentito Marty che la sondava con quel grosso membro affamato di piacere?
« Mio Dio... » mormorò.
Spariti gli occhi estranei, ricominciava a godere dell'amplesso.
« Non posso fermarmi, tesoro », la avvertì Marty.
« Vai avanti », disse lei. « Va tutto bene. Va tutto bene. »
Su di lui gocciolavano gocce di sudore del corpo di lei mentre Carys gli si agitava sopra.
« Va', avanti. Sì! » ripeté. Era un'esclamazione di puro godimento, che lo portò a un punto dal quale era impossibile tornare indietro. Cercò di trattenersi per qualche altro secondo. Il peso del suo corpo, il calore fra le gambe, la luminosità del suo seno: tutto gli riempiva la testa.
Poi qualcuno parlò, una voce bassa, gutturale:
« Fermati ».
Marty spalancò gli occhi, guardando a destra e a sinistra. Non c'era nessuno nella stanza. Si era immaginato quella voce. Cancellò quella strana sensazione e tornò a guardare Carys.
« Va' avanti », bisbigliò lei. « Va' avanti, per favore. » Stava ballando su di lui. Le ossa del bacino risplendevano sotto la luce, mentre il sudore continuava a colare.
« Sì... sì... » rispose, dimenticando completamente quella voce.
Carys abbassò lo sguardo verso di lui; il momento stava per arrivare, glielo si leggeva in faccia; tra le complicate sensazioni che stava provando, avvertì nuovamente la mente occupata. Era un verme che le rosicchiava il cervello, pronto a rovinarle tutto, con cattiveria. Lo combatté.
« Vai via », bisbigliò all'intruso. « Vai via. »
Ma l'intruso voleva sconfiggerla; voleva sconfiggerli tutti e due. Quella che all'inizio era sembrata pura curiosità si era trasformata in cattiveria. Voleva rovinare tutto.
« Ti amo », disse a Marty, sfidando quella presenza. « Ti amo, ti amo. »
L'intruso era furioso con lei perché gli aveva impedito di portare a termine il suo piano. Marty era rigido, giunto ormai al culmine, cieco e sordo a tutto ciò che non fosse piacere. Poi, con un gemito, godé - il suo sperma dentro di lei - e anche lei godette dimenticando ogni cosa. Lontano, da qualche parte, sentiva Marty che ansimava...
« Oh, Cristo », stava dicendo. « Tesoro... tesoro... »
... ma lui era in un altro mondo. Non si trovavano insieme nemmeno in un momento come quello. Lei era nella sua estasi e lui nella sua; ognuno dei due stava correndo da solo verso il proprio completamento.
Una contrazione fece sussultare Marty. Apri gli occhi. Carys aveva le mani sulla faccia, con le dita aperte.
« Stai bene, tesoro? » le domandò.
Carys sollevò le palpebre e lo guardò: un grido gli sì fermò in gola. Per un attimo aveva avuto l'impressione che non fosse lei a sbirciare fra le dita. Era qualcosa che proveniva dagli abissi marini. Occhi neri che ruotavano in una testa grigiastra. Una specie primordiale che lo osservava - lo sondava fino al midollo -pieno di un odio viscerale.
L'allucinazione durò soltanto il tempo di due battiti di cuore, ma abbastanza per abbassare lo sguardo sul corpo di Carys e rialzarlo a percepire la stessa occhiata disgustosa.
« Carys? »
Lei sbatté le palpebre e si chiuse il ventaglio di dita sulla faccia (Marty trasalì, aspettando la rivelazione), poi lasciò cadere le mani dal viso: era trasformata, il suo volto sembrava quello di un pesce orribilmente ripugnante. Ma poi era ancora lei: soltanto lei. E gli stava davanti, sorridendogli.
« Stai bene? » azzardò.
« Tu che cosa dici? »
« Ti amo, piccola. »
Gli mormorò qualcosa lasciandosi cadere su di lui. Rimasero così per parecchio tempo, stanchi e appagati.
« Non ti vengono i crampi? » le domandò dopo un po' di tempo, ma lei non rispose. Si era addormentata.
Con delicatezza la fece girare su un fianco, scivolando via da sotto di lei. Lei continuò a dormire al suo fianco, con il volto impassibile. Le baciò il seno, le sfiorò le dita con la lingua e poi si addormentò accanto a lei.
32
Mamoulian si sentì male.
Quella donna non era una preda facile, nonostante l'influenza sentimentale che esercitava sulla sua psiche. Ma, d'altra parte, era prevedibile quella forza. Era tipica della famiglia di Whitehead: stirpe di contadini, stirpe di ladri. Furbi e sporchi. Anche se non poteva sapere con esattezza quello che stava facendo, lei lo aveva combattuto con la stessa sensualità che aveva tanto disprezzato.
Ma avrebbe potuto sfruttare le sue debolezze - e ne aveva tante. Aveva iniziato ad approfittarsene durante le sue fughe nell'eroina, riuscendo ad avere accesso quando lei era tranquilla e indifferente. In quei momenti aveva le percezioni deformate, e la sua intrusione era stata meno evidente; attraverso gli occhi di Carys aveva potuto vedere la casa, con le sue orecchie aveva ascoltato le stupide conversazioni degli abitanti, con lei, infine, aveva condiviso il loro odore di colonia e le loro flatulenze, e ne era rimasto veramente disgustato. Era una spia perfetta, perché viveva nel cuore del campo nemico. E con il passare delle settimane, gli riusciva sempre più facile scivolare dentro di lei e poi uscire senza farsi notare. Questo lo aveva reso incauto.
Aveva agito da sconsiderato, entrando nella sua mente, senza prima controllare quello che stava facendo. Non si sarebbe mai immaginato di trovarla con la guardia del corpo: quando si era reso conto dell'errore, stava già condividendo con lei quelle strane sensazioni, quel ridicolo trasporto, che lo avevano fatto tremare. Non avrebbe commesso di nuovo lo stesso errore.
Se ne stava seduto nella stanza vuota della casa vuota che aveva comperato per sé e per Breer, cercando di dimenticare il turbamento che aveva provato, lo sguardo negli occhi di Strauss mentre fissava la ragazza. Quel criminale aveva forse intravisto la sua faccia dietro il volto di Carys? L'Europeo credeva di sì.
Non aveva importanza: nessuno di loro sarebbe sopravvissuto. Non doveva perire soltanto il vecchio, come aveva organizzato fin dall'inizio. Tutti - i suoi seguaci, i suoi servi, tutti - sarebbero stati distrutti con il loro maestro.
Il ricordo degli attacchi di Strauss faceva fatica a sparire dalla mente dell'Europeo; non vedeva l'ora di cancellarlo. L'idea lo disgustava e provava vergogna.
Al piano di sotto, sentiva entrare e uscire Breer: o andava a commettere qualcuna delle sue atrocità oppure rincasava dopo averla compiuta. Mamoulian si concentrò sulla parete spoglia che aveva di fronte e cercò di dimenticare quella situazione in cui si era andato a cacciare, continuando però ad avvertire quella presenza: il membro che eiaculava, il calore di quell'atto.
« Dimenticalo », disse a voce alta. Doveva dimenticare quel fuoco che aveva sentito ardere dentro di loro. Non è pericoloso. Cerca di vedere solo il vuoto: la promessa del nulla.
Lo stomaco si agitava. Sotto il suo sguardo, la vernice sul muro sembrava coprirsi di vesciche. Eruzioni veneree che sfiguravano il vuoto. Illusioni, ma, comunque, orribilmente reali per lui. Molto bene, se non riusciva a cancellare quelle oscenità, avrebbe tentato di trasformarle. Non era poi tanto difficile trasformare la sessualità in violenza, i gemiti in grida, gli amplessi in convulsioni. La grammatica era la stessa, cambiava solo la punteggiatura. Immaginando quei due amanti uniti nella morte, riuscì a ridurre la nausea.
Di fronte a quel vuoto che cos'era la sostanza? Qualcosa di transitorio. Le loro promesse? Delle finte.
Iniziò a calmarsi. Le ferite sul muro avevano iniziato a guarire e, dopo qualche istante, rimase solo con l'eco del nulla di cui era arrivato ad avere tanto bisogno. La vita andava e veniva. Ma l'assenza - lui lo sapeva bene - durava per sempre.
33
« Oh, a proposito, c'è stata una telefonata per te. Da parte di Bill Toy. L'altro ieri. »
Marty alzò lo sguardo dalla bistecca e guardò Pearl con una faccia strana.
« Perché non me l'hai detto? »
Sembrava mortificata.
« È stato quando tutta quella gente mi ha fatto diventar matta. Ti ho lasciato un messaggio... »
« Non l'ho visto... »
« ... sul blocco del telefono. »
Si trovava ancora là: Chiamare Toy e un numero. Compose il numero e aspettò un minuto buono prima che qualcuno alzasse il ricevitore dall'altra parte. Non era Toy. La voce della donna che aveva ripetuto il numero era morbida, smarrita, come se avesse bevuto troppo.
« Potrei parlare con William Toy, per favore? » domandò.
« Se n'è andato », rispose la donna.
« Ah, ho capito. »
« E non tornerà. Non tornerà più. » La voce aveva un tono misterioso. « Chi è? » domandò.
« Non ha importanza », rispose Marty. Il suo istinto si rifiutò di lasciare il nome.
« Chi è? » domandò di nuovo la donna.
« Mi spiace averla disturbata. »
« Chi è? »
Marty riattaccò con violenza il ricevitore. Solo in quel momento, si rese conto che la camicia gli si era appiccicata addosso per il sudore freddo che gli stava colando lungo il petto e la schiena.
Nel suo nido d'amore a Pimlico, Yvonne continuò a chiedere alla linea caduta « Chi è? » per un'ora e forse più, prima di riattaccare. Poi andò a sedersi. Il divano era bagnato: grandi macchie appiccicose si erano formate dove era solita sedersi. Pensava che forse era lei la responsabile di questo, ma non riusciva a capire né come né perché. E nemmeno riusciva a spiegarsi le mosche che si raggruppavano intorno a lei, nei capelli, sui vestiti, e continuavano a ronzarle attorno.
« Chi è? » domandò di nuovo. La domanda aveva un senso, anche se non era più rivolta a uno sconosciuto al telefono. La pelle putrida delle mani, il sangue rimasto nella vasca dopo aver fatto il bagno, l'immagine terrificante che aveva visto riflessa nello specchio - tutto suggeriva la stessa, ipnotica domanda: « Chi è? »
« Chi è? Chi è? Chi è? »
VI
L'albero
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Breer odiava quella casa. Era fredda e i nativi di quella zona della città erano inospitali. Era guardato con sospetto ogni volta che metteva piede fuori di casa. Doveva ammettere che tutto questo era giustificato. Nelle ultime settimane, era circondato da uno strano odore dolciastro e nauseante a causa del quale non osava avvicinarsi troppo ai ragazzi che si trovavano oltre il cancello del cortile della scuola, nel timore che questi si tappassero il naso dicendo « puah, puah! » e corressero via, urlando il suo nome. Ogni volta che lo facevano, si sentiva morire.
Sebbene in casa non ci fosse riscaldamento e dovesse, quindi, lavarsi con l'acqua fredda, si puliva da capo a piedi tre o quattro volte al giorno, cercando di eliminare quell'odore. Quando quel sistema non funzionava, si comperava del profumo al legno di sandalo e si cospargeva abbondantemente il corpo dopo ogni abluzione. Ormai i commenti con i quali lo apostrofavano non riguardavano più gli escrementi, ma la sua vita sessuale e lui cercava di accettare quegli attacchi violenti con la massima serenità.
Nonostante tutto, però, un leggero risentimento lo amareggiava. E non soltanto per il modo in cui veniva trattato in quel quartiere. L'Europeo, dopo un periodo in cui si era dimostrato gentile, lo trattava sempre più con disprezzo: come fosse un lacchè e non un alleato. Lo irritava il modo con cui era stato mandato in quella tana, alla ricerca di Toy; gli era stato imposto di setacciare una città con milioni di persone alla ricerca di un vecchio raggrinzito che aveva visto, l'ultima volta, mentre si arrampicava nudo come un verme su un muro, con le natiche scarne che risplendevano bianche sotto la luna. L'Europeo stava perdendo il senso della misura. Qualsiasi crimine avesse commesso Toy ai danni di Mamoulian, non poteva essere poi così grave; Breer era veramente stanco di vagabondare una giornata dopo l'altra per le strade della città.
Nonostante la stanchezza, la capacità di dormire sembrava averlo ormai abbandonato del tutto. Niente, nemmeno la stanchezza che gli stava logorando i nervi, riusciva a convincere il corpo a riposarsi per più di qualche minuto e, anche durante quei brevi periodi, la mente sognava cose tanto spaventose che era praticamente impossibile dormire tranquillamente. L'unica consolazione che gli restava erano i suoi passatempi.
Tra i pochi vantaggi di quella casa ce n'era uno in particolare: la cantina. Non era altro che un locale freddo e asciutto dal quale aveva rimosso le cose che avevano lasciato i proprietari precedenti. Era un lavoro lungo, ma poco alla volta riuscì a trasformare la cantina esattamente come voleva e, sebbene gli spazi chiusi non gli fossero mai piaciuti molto, c'era qualcosa in quell'oscurità e nella sensazione di trovarsi sottoterra che rispondeva a un suo bisogno inespresso. Molto presto sarebbe stata completamente pulita. Avrebbe poi messo delle ghirlande di carta colorata sulle pareti e dei vasi di fiori per terra. Forse anche un tavolo coperto da una tovaglia profumata di violetta e qualche sedia per gli ospiti. Poi avrebbe iniziato a intrattenere gli amici.
Tutti questi progetti si sarebbero potuti realizzare molto più in fretta se non fosse stato costretto a continue interruzioni per portare a termine quei folli incarichi affidatigli dall'Europeo. Ma aveva deciso che l'epoca della schiavitù era finita. Avrebbe detto a Mamoulian che non accettava più il suo ricatto e le sue prepotenze. Avrebbe minacciato di andarsene se le cose avessero iniziato a volgere al peggio. Sarebbe andato al Nord. Al Nord c'erano posti dove il sole non sorgeva per cinque mesi all'anno - aveva letto qualche cosa al riguardo - e pensava che fossero adatti a lui. Niente sole; profonde caverne nelle quali vivere, buche dove nemmeno la luce della tavola poteva arrivare. Era giunta l'ora di mettere le carte in tavola.
Se in casa l'aria era fredda, lo era ancora di più nella stanza di Mamoulian. L'Europeo sembrava emettere respiri freddi come la morte.
Breer rimase in piedi sulla porta. Era stato soltanto una volta in quella camera prima d'allora e ne aveva avuto paura. Era troppo spoglia. L'Europeo aveva chiesto a Breer di inchiodare delle tavole di legno sulle finestre: e lui aveva obbedito. In quel momento, alla luce di una candela che bruciava su un piatto oleoso posto sul pavimento, la stanza aveva un aspetto grigiastro e squallido: tutto sembrava inconsistente, persino l'Europeo. Se ne stava seduto sulla sedia di legno scuro che era l'unico mobile della stanza e fissava Breer con (>echi così vitrei che avrebbe anche potuto essere cieco.
« Non ti ho chiamato », disse Mamoulian.
« Volevo... parlarti. »
« Allora chiudi la porta. »
Combattendo contro il proprio istinto, Breer obbedì. La serratura scattò alle sue spalle; la stanza ruotava attorno a quella fiammella e alla luminosità irregolare che produceva. Lentamente Breer si guardò attorno nella stanza in cerca di un posto dove sedersi o, almeno, dove appoggiarsi. Ma non c'era niente di comodo: quell'oscurità avrebbe colpito anche un ascetico. Soltanto qualche coperta era gettata nell'angolo dove dormiva il grand'uomo; qualche libro ammucchiato lungo la parete; un mazzo di carte; una brocca con dell'acqua e una tazza; poche altre cose. Le pareti erano spoglie, a parte il rosario che pendeva da un gancio.
« Che cosa vuoi, Anthony? »
Breer riuscì a pensare soltanto a una cosa: odiava quella stanza.
« Dimmi quello che hai da dire. »
« Voglio andare... »
« Andare? »
« Via. Le mosche mi danno fastidio. Ci sono così tante mosche. »
« Non più di quante ce ne siano normalmente in maggio. Forse fa un po' più caldo del solito. Tutto ci porta a credere che l'estate sarà rovente. »
Il pensiero del caldo e della luce faceva star male Breer. E c'era anche un'altra cosa: il modo in cui gli si rivoltava lo stomaco ogni volta che provava a ingerire qualche cosa. L'Europeo gli aveva promesso un mondo nuovo - salute, prosperità e felicità - ma per ora stava soffrendo le pene dell'inferno. Era un imbroglio, era tutto un imbroglio.